Il pozzo nella Bibbia
Frère John di Taizé

Nel cuore della fede cristiana non c'è né una filosofia né una morale, ma una persona: l'uomo conosciuto col nome di Gesù di Nazaret. Il mondo è sempre stato affascinato da questa figura e numerose sono le opere che sono state scritte per tentare di penetrarne il segreto. A partire dalla sua realtà umana, possiamo descriverlo in diversi modi: un maestro di saggezza, un profeta, un rivoluzionario, un giusto... Se tutti questi approcci hanno la loro parte di verità, per il credente essi rimangono inevitabilmente insufficienti. In tutt'altra prospettiva, una frase lapidaria del vangelo di san Giovanni ci mostra l'importanza di Gesù nei confronti della fede:
Dio nessuno l'ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato (Gv 1,18).
Agli occhi del credente, la chiave per comprendere Gesù non è da cercare sul piano della sua umanità. Egli è il Figlio, colui che ha una relazione assolutamente unica con quel mistero presente nel cuore dell'esistenza che noi chiamiamo Dio. Di conseguenza, è attraverso la sua vita umana che egli ci mostra pienamente l'identità di questo Dio. Ecco perché san Giovanni chiama Gesù il Logos, la Parola di Dio che viene nel mondo: egli è, nel cuore della storia umana, l'espressione e la comunicazione di Dio stesso.
Leggere Gv 1,1-18.
Chi è Gesù di Nazaret per me? Quali testi evangelici mi aiutano maggiormente a scoprire la sua identità?
L'espressione «parola di Dio» si applica pure alla raccolta di libri che chiamiamo Bibbia. Sappiamo che le nostre Bibbie cristiane sono costituite da due parti: l'Antico Testamento, che racconta la storia del popolo d'Israele prima della nascita di Gesù di Nazaret, e il Nuovo Testamento, che racconta la vita e il messaggio di quello stesso Gesù. Si presenta dunque una domanda: perché abbiamo bisogno dell'Antico Testamento? Se tutto è conosciuto in Gesù Cristo, non si può lasciar cadere il resto? D'altra parte, la domanda non è nuova: essa è stata posta, spesso in modo radicale, fin dai primi secoli del cristianesimo, tanto più che, per molti, le differenze tra i due Testamenti sono evidenti: i nostri contemporanei mettono volentieri in contrapposizione il Dio dell'Antico Testamento, violento e sanguinario, con il Dio di Gesù Cristo, riconosciuto come il «Dio d'amore». Un motivo ulteriore, pare, per eliminare dalle nostre Bibbie la prima parte e concentrarci, una volta per tutte, sull'essenziale.
Tuttavia, a uno sguardo più attento, le cose non appaiono così semplici. Capire la relazione tra le due parti della Bibbia ci aiuta a cogliere meglio il modo in cui Dio si comunica al nostro mondo. Dire che in Gesù Cristo Dio rivela pienamente la profondità del suo essere e della sua volontà non significa che Dio si lasci conoscere solamente in Cristo. Al contrario, attraverso la creazione dell'universo e la storia umana dalle origini fino ai nostri giorni, Dio non ha mai cessato di comunicarsi in una grande molteplicità di modi. Non sta a noi limitare la sua presenza. Essere cristiani non significa negare di colpo a chiunque o a qualunque cosa il requisito di rivelazione, ma è semplicemente credere che il Cristo Gesù ricapitola tutto ciò che era frammentario nelle altre rivelazioni, ne raddrizza le deviazioni, ne conferma la verità e ne svela il significato più profondo. La sua persona è così il luogo di un discernimento o, in termini più biblici, di un giudizio (krisis in greco).
Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio... (Eb 1 , 1 -2).
La storia del piccolo popolo d'Israele occupa un posto unico e, in qualche modo, emblematico all'interno di tutte queste autocomunicazioni di Dio. Emblematico, in quanto tutti i meandri della storia umana, con le sue glorie e le sue miserie, vi si trovano presenti in sintesi. Unico, in quanto tale storia si costruisce esplicitamente a partire da una relazione con colui che noi chiamiamo Dio. Essa stabilisce allora il quadro in cui nascerà il Figlio prediletto di Dio e fornisce la carne che sarà l'espressione corporale della Parola.
E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi (Gv 1,14).
In termini teologici, si dice che il Cristo porta a compimento le Scritture, cioè che egli è quel punto culminante che rivela il senso autentico di ciò che lo precede. Si può esprimere la stessa relazione ponendosi nell'ottica opposta: per ben capire l'identità e il messaggio di Cristo bisogna situarlo nel contesto di una storia che lo precede e che lo circonda da ogni lato. Pertanto i due Testamenti hanno bisogno l'uno dell'altro e si illuminano reciprocamente. Più si cerca di approfondire l'uno più si viene rimandati all'altro.
Il testo del quarto capitolo del vangelo di Giovanni, ben illustra ciò che abbiamo appena detto. Si tratta di un semplice incontro tra un uomo e una donna nei pressi di un pozzo in Samaria; il simbolismo dell'acqua vi occupa un posto centrale. Prima di accostare direttamente il racconto evangelico, può essere quindi utile esaminare il significato di queste realtà nelle Scritture ebraiche.
È facile constatare che, dopo l'aria che respiriamo, anche l'acqua è la sostanza più preziosa per l'esistenza umana. Senza acqua, nessuna vita può durare a lungo. Al giorno d'oggi, nei paesi sviluppati, per avere dell'acqua bisogna semplicemente aprire il rubinetto. Così come l'aria che respiriamo, l'acqua dunque è considerata come qualcosa di scontato.
Nella maggior parte dei tempi e dei luoghi, non è affatto così. L'acqua non arriva automaticamente, bisogna cercarla. Se si ha fortuna, la si trova sulla superficie della terra: i fiumi, le sorgenti... Ma, nelle regioni più aride del globo, come la Palestina, dove il deserto non è mai molto lontano, non è così semplice trovare dell'acqua. Bisogna scavare per scoprire sotto la superficie del suolo una sorgente sotterranea: ecco ciò che viene chiamato pozzo.
Si può capire allora come, nel mondo della Bibbia, soprattutto nel periodo più antico, i pozzi siano luoghi importanti. Essi sono letteralmente delle sorgenti di vita, dei punti focali che rendono possibile l'esistenza della società umana. Intorno a questi luoghi-chiave, tutta una vita può nascere e svilupparsi. Il pozzo è così un luogo di ritrovo e, poiché gli esseri umani sono così fatti, non è raro che sia anche un luogo di conflitto:
[Isacco] possedeva greggi di piccolo e di grosso bestiame e numerosi schiavi e i Filistei cominciarono a invidiarlo. Tutti i pozzi che avevano scavati i servi di suo padre ai tempi del padre Abramo, i Filistei li avevano turati riempiendoli di terra Isacco tornò a scavare i pozzi d'acqua, che avevano scavato i servi di suo padre, Abramo, e che i Filistei avevano turato dopo la morte di Abramo, e li chiamò come li aveva chiamati suo padre. I servi di Isacco scavarono poi nella valle e vi trovarono un pozzo di acqua viva. Ma i pastori di Gerar litigarono con i pastori di Isacco, dicendo: «L'acqua è nostra!». Allora egli chiamò Esech il pozzo, perché quelli avevano litigato con lui. Scavarono un altro pozzo, ma quelli litigarono anche per questo ed egli lo chiamò Sitna. Allora si mosse di là e scavò un altro pozzo, per il quale non litigarono; allora egli lo chiamò Recobòt e disse: «Ora il Signore ci ha dato spazio libero perché noi prosperiamo nel paese» (Gn 26,14-15.18-22).
Luogo di conflitto e talvolta luogo di riconciliazione, il punto dove c'è acqua crea attorno a sé come un microcosmo della società umana, con le sue seti individuali e la sua necessità di calcolare con gli altri la propria generosità e il proprio egoismo.
Fra tutti gli incontri che vi possono essere attorno a un pozzo, ce n'è uno che assume un'importanza particolare nella Bibbia ebraica. Si tratta di un incontro tra un uomo e una donna. Tre testi costituiscono una specie di tradizione che sarà di grande utilità per la comprensione del racconto evangelico dell'incontro di Gesù con una donna della Samaria.
Il primo racconto (Gn 24) ruota attorno al tentativo di Abramo di procurare una sposa al proprio figlio Isacco. A tal proposito, il patriarca invia il suo vecchio servo nella propria terra natale, lontano da Canaan. Il servo si ferma presso un pozzo e prega così:
Signore, Dio del mio padrone Abramo, concedimi un felice incontro quest'oggi e usa benevolenza verso il mio padrone Abramo! Ecco, io sto presso la fonte dell'acqua, mentre le fanciulle della città escono per attingere acqua. Ebbene, la ragazza alla quale dirò: Abbassa l'anfora e lasciami bere, e che risponderà: Bevi, anche ai tuoi cammelli darò da bere, sia quella che tu hai destinata al tuo servo Isacco; da questo riconoscerò che tu hai usato benevolenza al mio padrone (Gn 24,12-14).
Poco dopo, una ragazza di nome Rebecca arriva al pozzo con la brocca per attingere l'acqua. Il servo domanda da bere e le cose avvengono così come sono descritte nella sua preghiera. La ragazza lo invita a passare la notte nella sua famiglia ed egli scopre con stupore che sono i parenti di Abramo. Dopo un lungo scambio di parole, Rebecca accetta di partire con il vecchio per ricevere Isacco come sposo.
In questo racconto, vi sono dei dettagli supplementari che evocano il vangelo di Giovanni. Dopo il suo incontro con l'uomo al pozzo, la giovinetta corse ad annunziare alla casa di sua madre tutte queste cose (Gn 24,28; cf. Gv 4,28) e disse: Così mi ha parlato quell'uomo (Gn 24,30b; cf. Gv 4,29). Non si deve immaginare che questi confronti siano una semplice coincidenza. I cristiani della prima generazione erano per la maggior parte ebrei che conoscevano in modo eccellente le Scritture del loro popolo; è normale che, nel loro modo di raccontare una storia, si lasciassero influenzare dai racconti già conosciuti. Questo fatto non sta a indicare di per sé che essi abbiano inventato la storia in questione, ma semplicemente che la sua forma è in parte determinata dalla tradizione da cui sono venuti.
In Gv 4, il pozzo è chiamato «il pozzo di Giacobbe» e il secondo racconto che ci accingiamo ad analizzare, Gn 29,1-14, mette in scena proprio Giacobbe, figlio di Isacco. Lontano dal suo paese e dalla sua casa, si ferma vicino a un pozzo coperto da una grande pietra. Alcuni pastori stanno aspettando che tutti siano presenti prima di spostare la pietra che ostruisce l'apertura del pozzo. Bisogna ammettere che qui il testo non è molto chiaro: si sta aspettando perché la pietra è molto pesante oppure il pozzo è coperto perché non dà molta acqua e, di conseguenza, si vuole che tutti siano presenti per dividersi quel poco che c'è ed evitare così dei litigi?
In ogni caso, proprio in quel momento, arriva in quel luogo una ragazza con il proprio gregge. E Rachele, la cugina di Giacobbe. Immediatamente, Giacobbe toglie la pietra del pozzo e abbevera il bestiame di suo zio Labano. Egli entra in casa di suo zio e vi si trattiene. Volendo sposare Rachele, trascorre quattordici anni presso lo zio, lavorando per lui. In tutto, rimarrà in questa regione per una ventina d'anni.
Proprio come il suo discendente Gesù, Giacobbe offre dell'acqua a una donna sconosciuta. Tuttavia, il legame col vangelo diventa ancora più chiaro se non partiamo dal racconto così come è scritto nella Bibbia, ma piuttosto dal modo in cui gli ebrei si raccontavano la storia in questione. Fortunatamente, abbiamo dei documenti che ci forniscono tali racconti.
Si tratta del Targum, parafrasi della Bibbia in lingua aramaica per quelli che non capivano più l'ebraico biblico, così come del Midrash, commenti od omelie che spiegano i libri biblici, spesso accostando diversi testi e costruendo un nuovo racconto.
Secondo alcune tradizioni, quando Giacobbe toglie la pietra dal pozzo, l'acqua comincia a sgorgare e diventa una grande fontana, tant'è che da quel momento in avanti ci sarà acqua in abbondanza per tutti. Tale versione del racconto spiega peraltro il comportamento di Labano che cerca di trattenere Giacobbe in quel paese il più possibile: ha paura che, dopo la sua partenza, l'acqua venga a mancare di nuovo, e che si debba di nuovo penare per dar da bere a uomini e bestiame.
Dunque, alla luce di questa rilettura, la replica della Samaritana, quando Gesù le promette dell'acqua viva, si riveste di un nuovo significato: Sei forse più grande del nostro padre Giacobbe...? (Gv 4,12). In altri termini: «Stai per fare un miracolo come lui, o addirittura qualcosa di ancora più grande? Chi ti credi di essere esattamente?».
Il terzo racconto di questa tradizione riguarda Mosè (Es 2,15-22). Costretto a fuggire dall'Egitto dopo il suo tentativo fallito di ristabilire la giustizia, si sta riposando ai bordi di un pozzo. Delle ragazze, qui sette sorelle, arrivano per abbeverare le loro greggi, e vengono intimidite da alcuni pastori. Mosè viene in loro soccorso e poi dà l'acqua al bestiame. Il loro padre lo invita a rimanere a casa loro; non ci sorprenderà sapere che Mosè finisce per sposare una di loro. Anche qui, quando raccontavano questa storia, gli ebrei aggiungevano degli elementi supplementari. In una versione, facendo sgorgare l'acqua dal pozzo, Mosè compie un miracolo analogo a quello di Giacobbe; in tal modo, il suo futuro suocero sa che egli
L' un discendente di Giacobbe. E lo storico ebreo Giuseppe Flavio narra l'inizio del racconto nel seguente modo: «Giungendo nella città di Madian, I Mosè]... era seduto presso un pozzo a causa della fatica e della pesantezza del giorno: era mezzogiorno, non lontano dalla città».
Antichità giudaiche II, cap. 11,1, citato in X. LÉON DUFOUR, Lecture de l'évangile selon Jean, I, Seuil, 1988, p. 349.
Si tratta di dettagli che troveremo più tardi nel Vangelo di san Giovanni (Gv 4,5-6). Così, il suo incontro con la Samaritana colloca Gesù nella linea diretta dei patriarchi e di Mosè: come vedremo, di fatto, egli realizza ciò che essi prefigurano in modo materiale.
Oltre queste storie di incontri nei pressi di un pozzo che sfociano in un matrimonio, il tema dell'acqua diventa rilevante durante l'Esodo. Dopo aver lasciato l'Egitto sotto la guida di Mosè, gli israeliti devono attraversare il deserto prima di arrivare alla terra promessa. Il deserto è, evidentemente, il luogo per eccellenza in cui la mancanza di acqua si fa sentire, il che permette a Dio di rivelarsi come sorgente di vita, dando da bere al popolo in modo miracoloso.
Leggere Es 17,1-7 e Nm 20,1-11. Vedi anche Is 41, 18; 43,20; 48,21; Sal 78,15-16; 105,41; 114,8.
A questo proposito, un testo enigmatico che troviamo nel libro dei Numeri assume nella tradizione successiva una grande importanza:
Di là andarono a Beer. Questo è il pozzo in cui il Signore disse a Mosè: «Raduna il popolo e io gli darò l'acqua». Allora Israele cantò questo canto:
«Sgorga, o pozzo: cantatelo!
Pozzo che i principi hanno scavato,
che i nobili del popolo hanno perforato
con lo scettro, con i loro bastoni».
Poi dal deserto arrivarono a Mattana, da Mattana a Nacaliel, da Nacaliel a Bamot, e da Bamot alla valle che si trova nelle steppe di Moab presso la cima del Pisga, che è di fronte al deserto (Nm 2 1 , 1 6-20).
Di che si tratta? Di un pozzo nel deserto, di un canto rivolto a tale pozzo e di una lista di luoghi attraverso i quali il popolo deve passare. La portata di questa serie non è evidente in termini immediati. Per il fatto che un simile testo non è molto comprensibile a un primo sguardo, esso apre un vasto campo per la ricerca e la riflessione.
L'esegesi tradizionale ebraica si diletta di questi passaggi. La mancanza di chiarezza, addirittura di razionalità superficiale, è un appello ad approfondire, a scoprire tesori nascosti sotto la superficie del testo. A loro modo, i Padri della chiesa seguono le impronte dei rabbini, distinguendo i diversi sensi della Scrittura. Se oggi la loro esegesi ci sembra talvolta fantasiosa, non dovremmo perdere di vista ciò che di valido essa racchiude: la convinzione che il significato delle Scritture non si esaurisce né sul piano letterale e neppure quando si è rintracciata l'intenzione cosciente dell'autore ispirato, ma che la Bibbia è una porta d'ingresso nel mistero insondabile di Dio.
Ecco allora come i rabbini hanno spiegato questi versetti: di fatto, l'acqua nel deserto era il dono di un pozzo, un pozzo che era stato scavato secoli prima dai patriarchi (si tratta dei principi del v. 18). Era dunque lo stesso pozzo che fu di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. E questo pozzo miracoloso accompagnava il popolo in occasione dei suoi spostamenti: è il senso dell'itinerario che troviamo nei vv. 186-20. I n definitiva, non vi era allora che un solo pozzo, Cina sorgente pellegrinante data da Dio per dissetare i suoi nel momento del bisogno.
Forti di tale interpretazione, alcuni rabbini facevano un passo ulteriore. Se è proprio così, pensavano, non può trattarsi di un pozzo ordinario che dispensi dell'acqua materiale. Cercando allora un significato allegorico per questo racconto, essi traevano la conclusione che questo pozzo era in effetti la Torà, la Legge data da Dio sul Sinai, sorgente di vita che accompagnava il popolo permanentemente attraverso tutte le tappe della propria storia. Con essa, la nazione santa ha ricevuto il dono della Parola e della Sapienza divine. Tanto per dire che un'interpretazione «spirituale» delle realtà materiali non è un'esclusiva del vangelo di Cristo Gesù, ma si trova anche nella tradizione ebraica.
È chiaro che san Paolo, ebreo di formazione farisaica, conosceva una tradizione simile. Meditando sulla situazione degli israeliti nel deserto, per far capire ai fedeli di Corinto che anche i loro precursori avevano conosciuto una specie di battesimo e addirittura di eucaristia, scrive:
Non voglio infatti che ignoriate, o fratelli, che i nostri padri furono tutti sotto la nuvola, tutti attraversarono il mare, tutti furono battezzati in rapporto a Mosè nella nuvola e nel mare, tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo (1 Cor 10,1-4).
Ecco che Paolo, riscontrando in questo racconto un significato non materiale, per parte sua, trasforma l'interpretazione rabbinica. Secondo lui, ciò che era pozzo/roccia nel deserto rappresentava di fatto la presenza nascosta del Cristo, che accompagnava già il suo popolo come la sorgente della sua vita. San Paolo raggiunge così da un'altra prospettiva, come vedremo, il tema che san Giovanni esplicita nel capitolo 4 del suo vangelo.
Questa lettura rapida della Bibbia ebraica voleva porre alcune basi per la comprensione di un racconto evangelico mediante un esame dei simboli dell'acqua e del pozzo. Sorgente di vita; luogo di ritrovo, di conflitto e di riconciliazione; luogo di incontro, soprattutto tra un uomo e una donna in vista di un matrimonio; simbolo di un Dio che si prende cura del proprio popolo: il pozzo possiede una densità di significati che ne fa un luogo privilegiato per capire i rapporti tra Dio e gli esseri umani. Gesù approfitta di questo sfondo per trasformare un semplice incontro in una stupenda espressione del suo messaggio. Egli rivela in pienezza ciò che questi simboli umani e biblici hanno sempre voluto significare. Adesso, guardiamo come il vangelo attualizza e completa l'insegnamento biblico sul dono dell'acqua.
Rileggere Es 17,1-7, il racconto dell'acqua sgorgata dalla roccia nel deserto, classico esempio della «prova» della fede. Di fronte alla difficoltà, come reagisce il popolo? Come reagisce Mosè? In una situazione simile, quale è stata la mia reazione? Quale è la risposta di Dio? A partire da tale risposta, cosa impariamo di Dio?
PS. Questo è il "retroscena" del racconto narrato da Giovanni. Il libro di Fr John continua con la "scena": Presso un pozzo della Samaria (Giovanni 4, 1-42), che viene commentato versetto per versetto, con un approccio esegetico-spirituale
(Alla sorgente. Gesù e la Samaritana, Messaggero 2001, pp. 7-20)















































