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     Io-sono la porta,

    Io-sono il pastore

    (Giov 10,1 – 21)

    Silvano Fausti


    10,1 Amen, amen vi dico:
    chi non entra per la porta
    nel recinto delle pecore,
    ma sale da un’altra parte,
    costui è ladro e brigante.
    2 Chi invece entra per la porta
    è pastore delle pecore.
    3 A lui il portiere apre
    e le pecore ascoltano la sua voce
    e chiama le proprie pecore per nomee le conduce fuori.
    4 Quando ha espulso
    tutte le proprie (pecore),
    cammina davanti a loro;
    e lo pecore lo seguono,
    perché riconoscono la sua voce.
    5 Un estraneo invece non seguiranno,
    ma fuggiranno da lui,
    perché non riconoscono la voce degli estranei.
    6 Questa similitudine disse loro Gesù;
    ma quelli non capirono
    cosa fosse ciò che diceva loro.
    7 Allora disse di nuovo Gesù:
    Amen, amen vi dico:
    Io-Sono
    la porta delle pecore.
    8 Tutti quelli che vennero prima di me,
    ladri sono e briganti;
    ma le pecore non li ascoltarono.
    9 Io-Sono la porta:
    se uno entra attraverso di me,
    sarà salvo
    ed entrerà ed uscirà
    e troverà pascolo.
    10 Il ladro non viene
    se non per rubare, immolare e distruggere.
    Io venni
    perché abbiano vita
    e l’abbiano in abbondanza.
    11 Io-Sono il pastore bello:
    il pastore bello
    espone la sua vita
    a favore delle pecore.
    12 Il mercenario e chi non è pastore,
    al quale le pecore non appartengono,
    vede venire il lupo
    e abbandona le pecore e fugge;
    e il lupo le rapisce e disperde,
    13 perché è mercenario
    e non gli interessa delle pecore.
    14 Io-Sono
    il pastore bello
    e conosco le mie
    e le mie conoscono me,
    15 come il Padre conosce me
    e anch’io conosco il Padre;
    e dispongo la mia vita
    a favore delle pecore.
    16 Anche altre pecore ho
    che non sono di questo recinto:
    anche quelle bisogna
    che io conduca;
    e ascolteranno la mia voce
    e diventeranno un solo gregge,
    un solo pastore.
    17 Per questo il Padre mi ama,
    perché io depongo la mia vita
    per prenderla di nuovo.
    18 Nessuno la toglie da me,
    ma io la depongo da me stesso:
    ho il potere di deporla
    e ho il potere di prenderla di nuovo.
    Questo comando ho preso
    dal Padre mio.
    19 Ci fu di nuovo una divisione tra i giudei
    a causa di queste parole.
    20 Ora dicevano molti di loro:
    Ha un demonio
    e delira.
    Perché lo ascoltate?
    21 Altri dicevano:
    Queste parole non sono di un indemoniato:
    può forse un demonio
    aprire occhi di ciechi?

    1. Messaggio nel contesto

    “Io-Sono la porta, Io-Sono il pastore”, dice Gesù a quei farisei ciechi (9,40s) che pretendono di essere le guide del popolo. Si rivolge a loro per illuminarli sulla loro cecità, facendo vedere la bruttezza di ciò che seguono e fanno seguire.
    Egli si proclama la porta attraverso cui si entra nella vita, il pastore che conduce verso la libertà. È infatti il Figlio, venuto a condurre i fratelli fuori dalle tenebre e dalla morte. I farisei, che stanno davanti a lui dopo la guarigione del cieco nato, sono falsi pastori, che opprimono e sfruttano il gregge dei loro fedeli, perseguitando chi è uscito dal loro controllo.
    A noi oggi non piace l’immagine dell’“uomo pecora” che segua un pastore. A differenza dell’animale, programmato dall’istinto, l’uomo è libero. Non necessitato dai propri bisogni, è mosso dal desiderio di ciò che ritiene essere meglio per lui. Di sua natura l’uomo è cultura, aperto a un cammino e un progresso sempre maggiori. Ma la cultura nasce e cresce secondo degli ideali che si propongono, o impongono, da imitare: è un’imitazione dei desideri dell’altro. Oggi, coi mass-media, questo meccanismo, ancor più oleato ed efficiente, lascia spazi sempre minori alla libertà. I nostri modelli culturali, incarnati da persone concrete che li rappresentano, sono i pastori, i capi che seguiamo. Il modello è da seguire e raggiungere, eventualmente da superare, in un crescendo di competizione e rivalità, prima con gli altri e poi con il capo stesso. Si tratta di una sudditanza inquieta che genera lotta e violenza, tenuta a bada da regole, perché non ci si distrugga a vicenda. La legge è dettata dal più forte, che si impone perché può eliminare chi si oppone. Il risultato è che siamo sudditi del modello-pastore vincente, che è sempre quello in grado esercitare maggiore violenza. Chi si ribella è perdente, emarginato o ucciso, a meno che sia tanto forte da prenderne il posto. È la legge della giungla: l’uomo è un lupo per l’altro uomo e domina chi può nuocere di più, a spese dell’innocente (cf. Gdc 9,7-15).
    Di questo sistema oppressivo non si accorge chi sta in alto, ma chi sta in basso e ne fa le spese. La violenza è un coltello: chi sta dalla parte del manico, non sente alcun male, a differenza di chi sta dalla parte della lama. Ma anche questi pensa di essere felice se riesce a impugnare il manico. Ne nasce un mondo di carnefici e vittime, nel quale giochiamo tutti al medesimo gioco: seguiamo ciecamente lo stesso pastore, che presto o tardi ci beffa tutti. In questo modo la violenza aumenta e aumenterà a dismisura, fino a quando le spade non si trasformeranno in vomeri e le lance in falci (Is 2,4). Ciò è possibile nella storia dell’umanità quando anche i potenti si scoprono vulnerabili come tutti; allora anch’essi “conoscono l’affanno dei mortali”, perché “sono colpiti come gli altri” (Sal 73,5). In questo modo cade la maschera che li inganna e possono scoprire quanto è indesiderabile e brutto ciò che ritengono bello e desiderabile. Ma, fino a quando non si sperimenta sulla propria pelle quanto sia male ciò cui si aspira come a sommo bene, tutto continuerà come prima: “L’uomo nella prosperità non comprende, è come gli animali che periscono”; suo pastore è la morte: è condotto agli inferi, dove prima ha condotto gli altri (cf. Sal 49,13.15.21). Chissà che ciò non avvenga presto, costatando quanto è debole l’onnipotenza della tecnologia: è un colosso dai piedi d’argilla, tanto affascinante e tremendo quanto fragile (cf. Dn 2,31-35). Forse oggi, per la prima volta nella storia, se apriamo gli occhi e superiamo il complesso dello spettatore, televisivo o meno, vediamo che è vero quanto dice Gesù a proposito dei galilei trucidati da Pilato e del crollo della torre di Siloe: “Se non vi convertite, tutti allo stesso modo perirete ” (Lc 13,3.5).
    Gesù propone un modello alternativo, che fa uscire da questo gioco di morte: offre all’uomo di realizzare la sua umanità, chiamandolo a diventare come Dio. Propone infatti di imitare non i desideri dell’altro – con i conflitti che ne derivano –, bensì quelli del Padre, che non è rivale di nessuno, ma principio di vita e libertà per tutti. Facendo come lui diventiamo figli, adulti e uguali a lui, come da sempre abbiamo desiderato. L’inganno originario è stato quello di pensare Dio come nostro antagonista e di averlo preso come modello, rendendoci impossibile la vita. Come può vivere uno, se gli è contro suo padre? Sarà contro di lui, contro di sé e contro gli altri, diventando simile al padre che detesta.
    Gesù si presenta come il Figlio che conosce l’amore del Padre e ha i suoi stessi desideri: comunicare vita e libertà ai fratelli. Per questo si propone come il pastore “bello”, vero, in contrapposizione al pastore brutto e falso, del quale siamo succubi. Seguendo lui, diventiamo ciò che siamo: figli del Padre e fratelli tra di noi. Solo così usciamo dalla tenebra e veniamo alla luce della verità, che ci rende liberi. A una cultura di competitività, rivalità e violenza, subentra una cultura di fraternità, solidarietà e amore. Finalmente una vita bella, vivibile, “da Dio”: felicità e grazia ci saranno compagne tutti i giorni della nostra vita e abiteremo nella casa dei nostri desideri (cf. Sal 23).
    Gesù pastore ci libera dal “brigantaggio” che governa i nostri rapporti, con il dominio del più violento di turno. In realtà colui che prendiamo come modello non è che un pastore di morte, la cui fine è scontata sin dall’inizio: è la vittima designata dal gioco stesso che sta giocando, quando arriva un bandito più nocivo di lui.
    Se nel c. 9 si parlava di luce che apre gli occhi su una realtà nuova, quella del Figlio, ora si parla del pastore-modello che guida verso un nuovo tipo di vita. L’accostamento è suggerito anche dal libro di Enoch (composto prima del 164 a. C.), che presenta la storia di Israele come quella di un gregge alle prese con i lupi: purtroppo i montoni alla guida del gregge sono ciechi, sino a quando viene il pastore che ridà loro la vista. “Vedere” la realtà è necessario per vivere senza farsi troppo male. Per salire rapidamente una scala al buio, non è bene spiccare un poderoso balzo verso la rampa che scende!
    Il discorso di Gesù è una polemica con i capi del popolo, che per l’ex cieco non sono più il modello da seguire. Gesù qui mostra la diversità tra il suo ed il loro modo di agire: lui libera, dà luce e vita, essi invece opprimono, depredano e tengono schiavo il gregge.
    Sullo sfondo del discorso c’è un’immagine familiare in Palestina. Il rapporto particolare che c’è tra gregge e pastore è figura di quello tra re e popolo, simile a quello tra Dio e i suoi fedeli. È l’antica figura del re pastore, di Dio stesso come pastore (cf. Sal 23; Is 40,11).
    Abramo e i patriarchi erano pastori; Mosè, Giosuè e Davide sono chiamati pastori del popolo, guidato da loro in nome di Dio. La vita del pastore dipende dalle sue pecore e quella delle pecore dal loro pastore. Senza di lui esse sono in balia di fiere e predoni, senza alcuno che le conduca ai pascoli e alle acque.
    I profeti hanno parlato spesso dei capi del popolo come di pastori cattivi e infedeli. Sono dei lupi, che usano i noti metodi della favola sul lupo e l’agnello. La promessa dei profeti mantiene viva l’attesa di veri pastori, anzi di Dio stesso come pastore (cf. Ger 23,1-6; Zc 11,4-17; Ez 34,1ss; Sal 23). Gesù si presenta come il vero pastore, che conosce e fa il suo lavoro in favore delle pecore: mentre gli altri le fanno morire, lui dà loro la vita, la sua stessa vita di Figlio.
    Il discorso si presenta come una progressiva rivelazione di Gesù e della sua opera di Figlio per i fratelli.
    Si può articolare il testo in due parti diseguali, ognuna delle quali contiene le parole di Gesù e le reazioni di chi ascolta.
    La prima parte (vv. 1-6) è un racconto simbolico, in cui si contrappone il pastore e il ladro. Il primo entra dalla porta, riconosciuto dal guardiano e dalle pecore che conoscono la sua voce; le chiama per nome, le “espelle” dal recinto e cammina davanti ad esse, che lo seguono. Il secondo evita la porta e sale da un’altra parte; ma le pecore non riconoscono la sua voce e non lo seguono, anzi, fuggono da lui. Si sottolinea che gli ascoltatori non capiscono. Infatti sono ciechi che credono di vedere (9,41); neppure ammettono che ci sia altro modo di agire rispetto al loro. Per chi invece, come il cieco nato, è illuminato, il racconto è chiaro.
    Nel recinto le pecore sono custodite di notte. Con Gesù, luce del mondo (8,12), è venuto il giorno (cf. 11,9s). Di giorno le pecore restano nell’ovile per essere munte e tosate, vendute o macellate; comunque languiscono e muoiono di fame e di sete. In altre parole: i capi tengono il popolo al chiuso, spogliato dei suoi beni e ucciso nella sua libertà. Si comportano da briganti, non da rappresentanti dell’unico pastore. Hanno ridotto il tempio stesso a luogo di mercato (cf. 2,16). Gesù, il pastore vero, è venuto a salvare i fratelli da questa schiavitù, dando inizio ad un nuovo esodo; li “espelle” dal recinto del tempio e, camminando innanzi a loro, come JHWH nel primo esodo, li conduce ai pascoli della vita. L’azione dei capi, che hanno “espulso” il cieco guarito (9,34), diventa, per ironia divina, la stessa del Signore che “espelle” le “sue” pecore fuori dalle loro mani. Quest’espulsione è un atto di nascita, come quello di Israele dall’Egitto.
    C’è un’orribile schiavitù, la peggiore, che è quella ideologica e religiosa (probabilmente è la stessa cosa, che cambia solo abito). Ogni religione e ideologia che non rispetta l’uomo, perfino nella sua libertà di sbagliare, è anche contro Dio, soprattutto quando lo fa in suo nome. In ogni dialogo religioso la vera domanda teologica da porsi è “antropologica”: mortifica o vivifica l’uomo? Il rispetto che si ha per l’uomo corrisponde alla verità o meno dell’immagine che si ha di Dio. Infatti accettare Dio, l’Altro, significa in concreto accettare l’alterità di ogni altro. In nome di Dio quali intolleranze e abomini contro l’umanità, soprattutto contro la donna che, in una cultura maschilista, è il primo “altro”, rimosso e negato! Maschio e femmina sono l’alterità originaria. Negarla è togliere all’uomo la sua l’immagine e somiglianza con Dio (Gen 1,27).
    Più che l’ateismo, forma antidolatrica di derivazione ebraico-cristiana, oggi il problema è quale Dio si propone: uno che è principio di ogni alterità nell’amore, oppure uno che fagocita ogni altro e riduce tutto a nulla? Giustamente è stato osservato un forte legame, anzi una specularità perfetta, che genera una “guerra santa” bilaterale, tra il “Mac-Mondo” della globalizzazione e il fondamentalismo religioso. Rende davvero un cattivo servizio a Dio e all’uomo chi pensa che Dio e l’uomo siano come pensa lui!
    Nella seconda parte (vv. 7-22), Gesù passa a un discorso in prima persona, dicendo: “Io-Sono la porta, Io-Sono il pastore bello”. Rivela progressivamente la sua identità, sempre in contrapposizione ai capi, che sono ladri, predoni e mercenari.
    Gesù è “la porta delle pecore”: attraverso di lui si accede ai pascoli della vita. In altre parole: ci fa uscire dalla schiavitù della legge alla libertà del Figlio (vv. 7-10). Ci dona infatti la sua vita stessa vita di Figlio, rendendoci partecipi del suo rapporto di conoscenza e di amore con il Padre (vv. 11-15).
    Ma il Figlio non è pastore solo di Israele : è il salvatore del mondo (4,42). Il Signore non vuole fare un unico recinto in cui chiudere tutti come schiavi. Vuole invece tirar fuori gli uomini da ogni ovile per fare di tutti un popolo libero, abbattendo ogni steccato e inimicizia (cf. Ef 1,3ss; 2,14-18). Come Israele, così anche gli altri uomini saranno da lui portati alla libertà. Il nuovo popolo è composto da persone libere, al di là di ogni recinzione religiosa e culturale (v. 16). Il Padre ama Gesù, perché è il Figlio che fa dono della sua vita ai fratelli. Questo è il potere, libero e liberante, del Figlio, “il comando” ricevuto dal Padre (vv. 17-18): quello dell’amore.
    Davanti alla sua rivelazione c’è, come sempre, una duplice reazione: gli uni lo dichiarano pazzo delirante, gli altri lo difendono come uno che apre gli occhi ai ciechi (vv. 19-21). È la duplice reazione che avviene anche tra noi e dentro di noi che ascoltiamo.
    In questo capitolo la Parola vuol operare, nei capi che ascoltano e in noi che leggiamo, la stessa illuminazione del cieco: intende cambiare il falso modello di uomo che ci tiene schiavi della menzogna e della morte.
    Gesù è pastore in quanto “agnello di Dio”, che con la sua mitezza vince la violenza dei fratelli. Egli ci libera dai capi che ci tiranneggiano, e per di più con il nostro consenso. Infatti seguiamo tutti il loro falso modello e ci riconosciamo in loro, invece di considerarli come dei malati di cui avere cura. Con lui cessa il sistema di violenza che, da Adamo e Caino in poi, ha regolato il nostro rapporto con il Padre e i fratelli: inizia il nuovo esodo, verso la libertà del Figlio, che ama come è amato.
    La Chiesa non prende come modello da imitare i vari pastori che schiavizzano l’uomo con il potere e la violenza. Segue il pastore bello, che non conosce altro potere che quello di servire, altra violenza che quella di amare, altra ricchezza che quella di donare, altra vittoria che quella di perdonare. La neutralità che la chiesa dimostra nei vari conflitti, e giustamente quando non si tratta di prendere le difese del povero, deve venire solo da qui e non da palesi o occulti opportunismi.

    2. Lettura del testo

    v. 1: Amen, amen. Sono parole di rivelazione, con autorità divina.
    vi dico. Gesù si rivolge ai farisei, pastori ciechi (cf. 9,39-41), per illuminarli.
    chi non entra per la porta nel recinto delle pecore. Nella Bibbia la parola “recinto” (in greco: aulé) non indica l’ovile, ma il cortile, in genere del tempio o della tenda del convegno. Le pecore sono il popolo di Dio, tradizionalmente designato come “suo gregge”. Abbiamo già trovato le pecore destinate al sacrificio, che Gesù espelle dalla casa del Padre suo insieme ai buoi (2,14ss). Con esse si identifica pure il popolo di oppressi che giacciono nelle vicinanze della porta “Pecoraia”, da dove entravano le pecore per essere immolate nel tempio (5,2).
    Le pecore nel recinto stanno di notte. Quando viene il giorno, arriva il pastore, che le conduce fuori al pascolo, altrimenti muoiono di inedia.
    Gesù rimprovera i capi del popolo, che gli stanno dinanzi, di non essere pastori: non entrano dalla porta. Come il serpente nel giardino, entrano subdolamente, aggirando e raggirando l’intelligenza e la libertà, che sono la porta dell’uomo verso Dio. Il loro potere sul popolo è abusivo. Non rappresentano Dio: ne hanno usurpato il posto e fanno il contrario di lui.
    costui è ladro e brigante. I capi del popolo hanno rubato a Dio il suo gregge: sono ladri. E sono briganti: opprimono ed esercitano violenza.
    Ladro è Giuda, che si appropria di ciò che appartiene a tutti (12,6). Brigante è Barabba, che voleva vincere con la violenza (18,40; cf. Mc 14,7p). In realtà è un brigante fallito, perché non abbastanza potente da vincere chi ha il potere: è un bandito diventato vittima, perché non è riuscito a prendere il posto del capo, facendolo sua vittima.
    Il modello che regge la società è quello del “ladro/brigante”, impersonato dai capi. Gesù, con il “suo” fango posto innanzi agli occhi del cieco, ha proposto un nuovo modello di uomo, a immagine di Dio: non ruba ma dona, non opprime né uccide ma dà libertà e vita.
    v. 2: chi invece entra per la porta è pastore delle pecore. Il pastore, a differenza dei ladri e dei briganti, entra per la porta, perché è di casa. Ai capi Gesù oppone se stesso come pastore legittimo e unico: il pastore è il Signore stesso (cf. Ez 34,11ss) e il suo Messia (Ez 34,23), che prende il suo posto, usurpato dai falsi pastori. La sua opera di liberazione consiste nell’illuminarci: ci fa vedere la realtà, mostrando quanto sono falsi i modelli di vita che ciecamente seguiamo.
    v. 3: a lui il portiere apre. L’immagine significa che il pastore è riconosciuto come tale. Ogni uomo riconosce ed apre il suo cuore alla libertà, all’amore e alla vita, che sa ben distinguere dalla schiavitù, dall’egoismo e dalla morte.
    le pecore ascoltano la sua voce. Il popolo oppresso riconosce chi gli propone una via di uscita. L’ex cieco, che ha ascoltato il pastore, è stato espulso dal tempio ed è venuto alla luce. Anche Lazzaro udrà la sua voce e uscirà dalla tomba (11,43s). Il popolo, in quanto oppresso, è sensibile alla voce della libertà: quando si fa udire, la ascolta volentieri. Il modello dell’oppressore gli è sempre come un paio di scarpe troppo strette, prese incautamente a prestito.
    chiama le proprie pecore per nome. Per ladri e briganti le vittime non hanno né volto né nome: è una massa anonima da soggiogare e spogliare. Se pensassero di aver davanti persone come loro, agirebbero diversamente. Il che può avvenire, eventualmente, quando capita loro, presto o tardi, di subire la stessa sorte. Per il pastore, invece, ogni pecora ha il suo nome: chiama ciascuna per nome, in un rapporto personale di amicizia. I pastori di Palestina, ai tempi di Gesù, davano il nome alle pecore, come i nostri contadini lo davano alle mucche e noi oggi ai cani.
    le conduce fuori. Quando viene la luce, il pastore conduce le pecore fuori dal recinto. Gesù luce del mondo, porta il popolo fuori dal recinto della legge e del tempio, per farlo camminare alla sua luce.
    v. 4: quando ha espulso tutte le proprie (pecore). “Espellere” è ciò che hanno fatto i capi con l’ex cieco (9,34.35) e con quanti hanno accolto il Messia (9,22; 15,21). Gesù assume come propria l’azione dei ladri/briganti e la capovolge: l’espulsione dell’ex cieco da parte delle tenebre diventa la sua stessa azione che lo fa venire alla luce. L’ex cieco è il prototipo delle pecore che hanno raggiunto la libertà, il primogenito dei molti fratelli che seguiranno.
    Giovanni è ebreo, come la sua comunità. Vive il dramma dell’espulsione dei cristiani dal popolo eletto e lo interpreta alla luce della croce di Gesù. Essa rappresenta il sommo male, il peggiore che possa capitare; eppure il Signore ne ha fatto la salvezza per tutti, giudei compresi. Questi stanno tanto a cuore all’evangelista, che indirizza il c.10 ai loro capi religiosi, perché riconoscano il pastore promesso. Solo in questa luce si possono leggere correttamente le polemiche “antigiudaiche” di Giovanni: sono violente e passionali come quelle dei profeti, testimonianza di un amore ferito che si ostina a proporsi, con forza pari alla resistenza che incontra.
    cammina davanti a loro. Come JHWH nell’esodo, Gesù guida il suo popolo verso la terra promessa.
    le pecore lo seguono. Infatti è lui stesso la via che conduce alla vita (14,6): vive in pienezza l’amore del Padre e dei fratelli.
    riconoscono la sua voce. Come appena detto, si ripete che ogni uomo sa riconoscere la voce della verità da quella della menzogna. I falsi pastori ci opprimono con subdola menzogna e, all’occorrenza, con violenza, terrore e paura; il vero pastore ci rende liberi, capaci di amare e servire, di sperare e osare. Ognuno è in grado di sentire la differenza tra le due voci.
    v. 5: un estraneo invece ecc. Le pecore, davanti al ladro e al brigante, hanno un atteggiamento opposto a quello che hanno davanti al pastore. Il giudizio sulla verità del pastore è compiuto dalle pecore stesse, non dai sondaggi o dalle pressioni dei capi. Come l’ex cieco, ogni uomo preferisce la verità alla menzogna, la libertà alla schiavitù, la vita alla morte; a meno che sia ingannato e manipolato. Se segue cattivi maestri e pastori – il ventesimo secolo ci offrì straordinari esempi, diversi dai precedenti solo per la maggior capacità di nuocere; cosa ci riserverà il nuovo? –, lo fa solo perché è mentalmente clonato da chi detiene il potere e lo configura a propria immagine e somiglianza.
    non riconoscono la voce degli estranei. L’uomo è oggi così estraniato da sé, che Dio pare sia l’unico estraneo. Ascoltiamo tutte le voci più strane, ma non quella della coscienza; siamo sedotti da qualunque mercante ci voglia comprare, ma non da colui che ci ama di amore eterno.
    v. 6: questa similitudine disse Gesù. Quanto Gesù ha detto, più che una parabola o metafora, è uno specchio preciso dell’atteggiamento dei capi del popolo. Sono così ciechi che fanno esattamente il contrario di ciò che è bene, pensando che sia il meglio.
    ma quelli non capirono, ecc. Anche l’evidenza può essere non vista. Dal cieco appunto! Se l’interesse è miope, il potere accieca: non fa vedere la realtà, ma i propri deliri – che purtroppo poi si realizzano, in una forma di pazzia così contagiosa da diventare collettiva. Ciò che Gesù dice è comprensibile a chi, come l’ex cieco, è ormai fuori dalla cecità del consenso che il potere induce. Ne può uscire chi ne subisce gli svantaggi; ma solo se apre gli occhi e sa resistere a inganni e ricatti di ogni tipo. Il fine dei vv. 1-6 è convincere i farisei che, con la loro immagine di Dio e di uomo, sono ciechi dalla nascita: non hanno mai visto e non vedono ancora la differenza tra il pastore e il ladro/brigante. Il riconoscimento di questa cecità è principio d’illuminazione. Con il discorso che segue, Gesù pone davanti ai loro occhi il “suo fango”, il modello di uomo vero, perché, se vogliono ascoltare la sua Parola, possano aprire gli occhi e vedere. La narrazione del cieco, che diventa uomo libero, suscita in noi il desiderio di essere come lui. Infatti se tutti siamo ciechi, prima del racconto di uno che ci vede, neppure sappiamo di essere ciechi.
    v. 7: disse di nuovo Gesù. Gesù chiarisce quanto ha detto, ampliando la metafora della porta (vv 7-10) e del pastore (vv 11-18): mostra se stesso come porta di salvezza in quanto vero pastore. Ai capi, che hanno un falso modello di uomo, egli si presenta ora come “il modello” vero di uomo, a immagine del Dio vivente.
    Io-Sono la porta delle pecore. Nel v. 1 Gesù diceva che il ladro/brigante non passa dalla porta; ora dice: Io-Sono la porta, attraverso la quale le pecore possono uscire in libertà e raggiungere la vita. Lui stesso infatti, Parola diventata carne, è la porta tra terra e cielo. La porta è dove il muro della prigione è rotto. Chi è chiuso dentro può uscire; se non vuol uscire, brilla comunque ai suoi occhi la luce del giorno.
    La tradizione ha per lo più applicato questa parola ai pastori: solo attraverso Gesù, buon pastore, comportandosi come lui, hanno accesso legittimo alle pecore. Il tema però è quello delle pecore che, attraverso l’unico pastore legittimo, possono uscire dal recinto e vivere in libertà.
    v. 8: tutti quelli che vennero prima di me, ladri sono e briganti. Chi vuol essere capo del popolo, è un falso pastore; a meno che abbia come modello colui che ha lavato i piedi ai suoi discepoli. Salvo improbabili eccezioni, non pare che sia proprio così. Il Pastore bello ci quanto sia brutto ciò che consideriamo normale, anzi appetibile: il Figlio ci fa vedere come il nostro stare insieme sia latrocinio e brigantaggio, negazione della fraternità.
    I profeti hanno sempre denunciato l’ingiustizia e l’oppressione dei capi del popolo. Colpisce il fatto che “tutti” siano falsi pastori. Nessuno, infatti, prima di Gesù, ha visto il Padre: da Adamo in poi, tutti abbiamo una falsa immagine di Dio e, quindi, un falso modello di uomo. Quello dominante, impersonato da re, sacerdoti e capi, è proprio di chi si impone con violenza e, per giunta, si fa chiamare benefattore (cf. Lc 22,25), per coprire le sue malefatte. Grande è il potere della parola, sia vera che menzognera. La differenza, non trascurabile, è che la prima fa essere ciò che è, mentre la seconda fa apparire ciò che non è e riduce a nulla ciò che è.
    ma le pecore non li ascoltarono. Anche se il popolo ha introiettato il falso modello, tuttavia lo avverte come estraneo. Appena gli si propone la luce, subito viene alla luce, come l’ex cieco.
    v. 9: se uno entra attraverso di me, sarà salvo. La salvezza non è entrare nel tempio come pecore da macello, ma uscire con lui per entrare in lui, il Figlio, che ci dà la vita e in abbondanza (cf. vv. 15-18). Egli è infatti l’intelligenza amorosa del Padre: salva la nostra umanità, aprendola alla luce della sua verità.
    entrerà ed uscirà. Questo entrare ed uscire si intende di solito come metafora della libertà di entrare ed uscire dall’ovile. Ma Gesù non propone di uscire dall’ovile per entrarci di nuovo, bensì di entrare in lui, che è la porta, per uscire definitivamente dalla schiavitù. Si può, quindi, intendere che chi entrerà (in lui) uscirà (dall’ovile), trovando finalmente cibo e acqua. Lui stesso infatti è il pascolo del gregge, il vero pane di vita (6,33.35.48), che soddisfa ogni fame e sete (cf. 6,35).
    v. 10: il ladro non viene se non per rubare, immolare e distruggere. Quelli che non hanno lui come modello, vengono nel recinto solo per sfruttare e rubare le pecore, per immolarle nel loro tempio e distruggerle. Per i capi religiosi il popolo è un gregge su cui spadroneggiare, da sacrificare alla legge, di cui sono i padroni, oltre che le prime vittime.
    io venni perché abbiano vita e l’abbiano in abbondanza. Gesù è il pastore/agnello di Dio che toglie il peccato del mondo (1,29): è venuto per liberare le pecore e dare loro la vita, la sua vita di Figlio. Sarà quanto illustra la parabola del pastore bello.
    v. 11: Io-Sono il pastore bello. Dopo aver detto di essere la “porta” della salvezza, Gesù si identifica con “il pastore bello”. “Bello” significa vero, autentico, buono, che sa fare il proprio lavoro; richiama però anche qualcosa di piacevole, di bello appunto. È importante vederne la bellezza e provarne piacere. Questa bellezza salverà il mondo, rendendoci spiacevole ciò che riteniamo piacevole. Solo allora cambieremo pastore, perché l’uomo agisce sempre seguendo ciò che più gli piace, la delectatio victrix (S. Agostino).
    Gesù non è “un”, ma “il” pastore, il pastore modello, che si prende cura delle sue pecore. Si propone come tale perché espone (vv. 11-13), dispone (vv 14-16) e depone (vv 17-18) la propria vita in loro favore. Egli è pastore in quanto agnello immolato e vittorioso, che guida il gregge alle fonti dell’acqua di vita (Ap 7,17). È il pastore promesso (Ez 34,1ss), il Signore stesso che si fa pastore (Sal 23). L’alternativa a seguire il pastore della vita è avere come pastore la morte (Sal 49,15). Così fanno i perversi, che si vantano della loro ricchezza e in essa fanno consistere la loro vita (Sal 49,6s).
    espone la sua vita a favore delle pecore. Ora Gesù fa vedere il suo modo di essere pastore: espone la sua vita a favore delle pecore. Più avanti dirà anche che dispone e depone per loro la sua vita. È la bellezza dell’amore che si mostra in azione! Questa espressione esce uguale ai vv. 15.17.18. In greco non c’è il verbo “dare” (dídomi), come in 6,51, quando Gesù promette che darà la sua carne da mangiare. C’è invece il verbo “porre” (títhemi), che nei diversi contesti, con un procedimento caro a Giovanni, assume significati diversi. Nella traduzione abbiamo lasciato il verbo porre, con dei prefissi: qui Gesù es-pone, al v. 15 dis-pone, ai vv. 17-18 de-pone la propria vita a favore delle pecore.
    Qui non si vuole dire che il pastore offre o dà la sua vita nel senso che muore. Infatti, se muore, le pecore sono rapite e disperse. Si vuol dire che la prima caratteristica del pastore è l’amore e il coraggio impavido con cui difende le pecore: egli, a differenza del mercenario, “es-pone” per loro la sua vita ad ogni pericolo.
    v. 12: il mercenario e chi non è pastore, al quale le pecore non appartengono. Per il pastore le pecore sono “sue”: gli appartengono e ne ha cura come della propria vita. Il mercenario, invece, è preoccupato del suo salario: le pecore sono a servizio della sua vita, non lui della loro. Per questo non si es-pone: agisce per “vile interesse” (cf. 1Pt 5,2s). Nel momento del pericolo fugge da chi lo ha seguito. L’idolo, dopo averci sedotti e spremuti, ci abbandona sempre nel momento del bisogno: non mantiene la promessa e delude la speranza riposta in lui.
    vede venire il lupo, ecc. Il lupo, nemico tradizionale del gregge, rappresenta le forze ostili del male. Gesù stesso ha mandato i suoi discepoli come agnelli in mezzo ai lupi (cf. Lc 10,3). Ogni epoca ha i suoi lupi. Talora hanno nome e cognome. Ma per lo più sono anonimi. Allora sono più insidiosi: indicano la mentalità diffusa, il falso modello di uomo, “la moda” che serpeggia e fa strage all’interno del gregge.
    La venuta del lupo evidenzia chi è pastore e chi mercenario, chi sa es-porre la propria vita e chi invece pensa solo a salvare se stesso.
    il lupo rapisce e disperde. L’azione di rapire e disperdere è tipica del nemico, il diavolo: rapisce all’uomo la sua verità e lo fa fuggire dalla sua vita. Egli fa il contrario del Figlio, che è venuto per dare la vita e raccogliere tutti i dispersi (11,52), riunendoli a sé e al Padre.
    Anche i discepoli, nell’ora del lupo, quando il pastore sarà colpito, si disperderanno (Mc 14,27p; cf. Zc 13,7).
    v. 13: perché è mercenario e non gli interessa delle pecore. L’atteggiamento del mercenario evidenzia per contrappunto quello del “pastore bello”. Davanti ai lupi, che hanno appena rinnovato la decisione di ucciderlo (8,59), Gesù non abbandona i suoi e non fugge. Difende le sue pecore perché gli interessano (inter-esse = essere-dentro): le ha a cuore perché le ha nel cuore. Anche il mercenario ha un interesse; ma non sono le pecore, bensì il vantaggio che ne trae. È un prezzolato.
    v. 14: Io-Sono il pastore bello e conosco le mie e le mie conoscono me. Gesù, dopo aver parlato del pastore bello in termini di coraggio, che gli fa esporre la propria vita, ora dice cosa “dispone” a favore delle sue pecore: mette a loro disposizione la sua stessa vita, che è la conoscenza e l’amore del Padre. C’è una conoscenza, un’intimità, un amore reciproco tra pastore e pecore. Chiama ciascuna per nome (v. 3): “Ti ho chiamato per nome; tu mi appartieni (...), sei prezioso ai miei occhi, sei degno di stima e io ti amo” (Is 43,1.4). L’insieme delle pecore non è un “gregge”: ognuna ha un rapporto personale con lui.
    v. 15: come il Padre conosce me e anch’io conosco il Padre. Il rapporto di conoscenza e amore che c’è tra Gesù e ciascuno di noi è il medesimo che c’è tra il Padre e lui: “Come il Padre amò me, così io amai voi” (15,9). L’amore reciproco tra Padre e Figlio, il mistero che è la loro stessa vita, è il medesimo che circola tra noi e lui. L’espressione richiama il “detto giovanneo” di Lc 10,21s, dove Gesù danza di gioia perché la sua conoscenza reciproca con il Padre è comunicata ai piccoli (cf. anche Mt 11,25-27).
    e dispongo la mia vita. Se al v. 11 il pastore es-pone, qui dis-pone della propria vita a favore delle pecore: la mette a loro disposizione, la offre loro. Il verbo è al presente, perché la sua vita ci è sempre offerta, qui ed ora. Il Figlio infatti non la tiene gelosamente per sé: come la riceve così la dona, come è amato dal Padre così ama i fratelli.
    a favore delle pecore. Giovanni non dice tanto che Gesù muore “al posto” delle pecore, quanto che egli dona loro la sua stessa vita. Sottolinea la trasmissione della “Gloria” dal Figlio ai fratelli.
    v. 16: anche altre pecore ho che non sono di questo recinto. “Questo recinto” è quello del tempio, in cui sta Israele. Ci sono altri “recinti”, religiosi o laici, che tengono schiavo l’uomo. Il Figlio ha fratelli non solo nel popolo di Dio, ma dovunque: tutto è stato fatto per mezzo di lui (1,2s), luce e vita di ogni uomo (1,9), che è figlio nel Figlio. Per questo il Padre ama il mondo (3,16) e il Figlio, salvatore (4,12) e luce del mondo (8,12), sarà innalzato non solo per radunare i figli dispersi d’Israele, ma per tutti i popoli (11,52). Gesù vuol condurre anche questi alla libertà. Il suo gregge non è una setta di eletti: ogni uomo è figlio amato dal Padre, che lui non si vergogna di chiamare fratello (Eb 2,11).
    Il cristianesimo è di sua natura universale (= cattolico): non esclude nessuno. Se si esclude qualcuno, si rinnega il Padre, che ama ciascuno, e il Figlio, che è come il Padre. Per un cristiano non amare “i nemici”, o addirittura odiarli, è negare Dio nella sua essenza di amore. È un “ateismo” peggiore di quello di chi lo nega perché non lo conosce o lo misconosce, spesso a causa della nostra cattiva testimonianza. Lo stesso concetto di “missione” non ha nulla a che fare con il proselitismo: è la spinta interiore dell’amore del Figlio verso i fratelli (cf. 2Cor 5,14).
    anche quelle bisogna che io conduca. “Bisogna” richiama il dono della vita del Figlio dell’uomo innalzato. È questo amore che lo fa pastore dei suoi fratelli: come ha espulso dal recinto del tempio quelli che sono chiusi dentro (v. 4), così vuole condurre al pascolo della vita anche quelli che sono chiusi in altri recinti.
    ascolteranno la mia voce. La voce del Figlio, che chiama ciascuno per nome (v. 3), e che ciascuno nel suo cuore riconosce come vera (v. 4), è rivolta a ogni uomo, perché gli è fratello.
    diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Gesù, mediante la sua croce, ha abbattuto ogni muro di separazione tra gli uomini, per fare di tutti, vicini e lontani, un solo uomo (cf. Ef 2,14-22): il Figlio, mettendo la propria vita a disposizione di tutti gli uomini (cf. 11,52), ne fa un solo popolo di fratelli, un solo gregge.
    Gesù dice “un solo gregge” e non “un solo ovile”, come spesso si dice. Il Figlio non è venuto a fare un nuovo ovile, un recinto più grande dove imprigionare possibilmente tutti; tira invece fuori i suoi fratelli da ogni gabbia, religiosa o meno, per farli vivere nella legge di libertà (Gc 2,12), che è l’amore e il servizio reciproco (Gal 5,13). Quanto è facile fare edizioni aggiornate, e peggiorate, della proposta ecumenica di Ruggero Bacone, proprio oggi, che siamo un villaggio globale. Egli scriveva: “I greci ritorneranno nell’obbedienza della chiesa romana, i tartari si convertiranno per la maggior parte alla fede, i saraceni saranno distrutti; e ci sarà un solo gregge e un solo pastore”.
    È chiaro che l’unione tra le chiese non deve essere “un solo ovile” che racchiuda le varie comunità, omologandole e omogeneizzandole. Il corpo di Cristo, vivente nella storia, sarebbe irriconoscibile, ridotto a un frullato orripilante: più che un organismo bello e diversificato nelle sue membra, sarebbe una poltiglia indifferenziata, una brodaglia disgustosa.
    L’unione non deve neppure essere un conglomerato di “diversi ovili”, dove ognuno vuol semplicemente affermare la propria differenza sull’altro: sarebbero pur sempre ovili. In più ci sarebbe un pullulare di rivalità e guerre sante, una disgregazione che divide le varie membra e fa morire ogni singola parte. Si passerebbe da un corpo di Cristo ridotto a un omogeneizzato nell’unico ovile, a un suo smembrato in molti ovili.
    Il solo gregge, e non ovile – la chiesa “una”, come il Signore la vuole –, è un popolo di persone libere, che hanno trovato in lui la loro verità di figli e vivono da fratelli. Questo popolo nuovo è aperto a tutti: è “cattolico” (=universale), globale. Rispetta però ogni differenza come luogo di intesa e di crescita. C’è infatti un solo Spirito che è amore, un solo Signore che è servo di tutti, un solo Dio che opera tutto in tutti; e ciascun membro, come in un unico corpo, mette la sua differenza a servizio delle altre membra (cf. 1Cor 12,1ss).
    L’unione tra le chiese e tra gli uomini – la chiesa è destinata al mondo! – è la stessa che si ritrova in Dio: nell’unico amore reciproco, Padre e Figlio sono uno, nella distinzione di ciascuno (cf. v. 30; 17,20-23).
    Gesù dice: “un solo gregge, un solo pastore”, non: “un solo gregge e un solo pastore” o: “un solo gregge con un solo pastore”. Pastore e gregge non sono distinti da congiungere con una “e” o da porre l’uno “con” l’altro: c’è identificazione tra pastore e gregge. Infatti chi segue il Figlio diventa come lui: a chi accoglie la Parola è dato “il potere” di diventare figlio di Dio (1,12). La pecora diventa come il pastore ed è passata, come lui, dalla morte alla vita, perché è in grado di “porre la propria vita a favore dei fratelli” (cf. 1Gv 3,14-16). Ogni pecora è chiamata, a sua volta, a diventare pastore, come l’agnello.
    v. 17: per questo il Padre mi ama, perché io depongo la mia vita per prenderla di nuovo. La stessa parola, che al v. 11 significa “es-porre” e al v. 15 “dis-porre”, qui significa “de-porre”. Gesù depone la sua vita volontariamente. Il suo non è un morire, ma un realizzare la propria esistenza come dono totale d’amore: più forte della morte è l’amore (cf. Ct 8,6). Il suo deporre la vita ha come fine il riceverla di nuovo. Gesù, dando la vita, la riceve in pienezza: è uguale al Padre perché non solo si sa amato, ma ama i fratelli con il suo stesso amore. In lui la vita diventa ciò che è: circolazione viva d’amore, dono ricevuto e dato. Per questo è il Figlio diletto, compimento perfetto dell’amore del Padre.
    v. 18: nessuno la toglie da me, ecc. Nessuno può togliere la vita a colui che è vita di tutto (1,3c.4). Egli la depone, mettendola a nostra disposizione, con un atto libero d’amore.
    ho il potere di deporla e prenderla di nuovo. La vita è amore: si realizza nel dono di sé. Il “potere” del Figlio è lo stesso del Padre: quello di amare. La croce in Giovanni è vista non come sconfitta, ma come “Gloria”, manifestazione del Dio amore, che di sua natura si dona.
    questo comando ho preso dal Padre mio. Il Figlio ha dal Padre un unico comando: quello di dare la vita come la riceve, di amare come è amato. Sarà il comando che presto darà ai suoi discepoli (cf. 13,34), per farli partecipi della sua vita (cf. 1Gv 3,14-16).
    La vita la perdiamo comunque. Ma non è un vuoto a perdere, da riempire il più possibile di cose che pure andranno perse. È un vuoto da rendere, svuotato il più possibile dall’egoismo perché si riempia d’amore. In questo senso chi depone la vita, la prende di nuovo: chi la perde, la salva.
    v. 19: ci fu di nuovo una divisione tra i giudei, ecc. La sua parola di amore, invece di unire, paradossalmente produce uno scisma: c’è chi l’accetta e chi la rifiuta. Ma anche chi la rifiuta è accettato; perché l’amore, anche se è crocifisso, non può rifiutare di amare.
    v. 20: dicevano molti di loro: ha un demonio e delira (cf. 7,20; 8,48.52). Chi rifiuta il dono, considera pazzesca la sua parola, addirittura diabolica. Quanto Gesù dice non è la stessa proposta del serpente: “Sarete come Dio” (Gen 3,5)?
    perché lo ascoltate? I capi del popolo non vogliono che le pecore ascoltino il pastore bello e ne accolgano la proposta.
    v. 21: altri dicevano: queste parole non sono di un indemoniato, ecc. Tra il coro dei “molti” non c’è mai unanimità: ci sono sempre “altri”, che mettono in crisi la propria posizione. Per loro le parole di Gesù non sono deliramenti; sono anzi parole di verità, che aprono gli occhi ai ciechi. Questi “altri” sono coloro che, al sopraggiungere della luce, si sono scoperti ciechi e si sono lasciati illuminare.
    Il pastore bello è venuto a guarirci dalla nostra cecità su Dio e su noi stessi: il “suo” fango vuol farci venire alla luce e nascere dall’alto, dall’acqua e dallo Spirito. L’ex cieco del c. 9, seguito da questi “altri”, è il modello dell’uomo libero, quale Gesù vuol rendere ciascuno della massa di infermi, ciechi, zoppi ed essiccati, che stanno rinchiusi nella piscina di Bethzathà, presso la porta delle Pecore (5,2).

    3. Pregare il testo

    a.Entro in preghiera come al solito.
    b.Mi raccolgo immaginando Gesù, davanti all’ex cieco e ad alcuni farisei, che racconta queste parabole.
    c.Chiedo ciò che voglio: vedere la bellezza del vero pastore, essere come l’ex cieco che accoglie il suo invito, non come quei farisei che preferiscono restare nelle tenebre.
    d.Traendone frutto, medito sulle parole di Gesù: mi presentano due modelli di uomo, perché io veda la differenza tra ciò che dà vita e ciò che dà morte, scegliendo di conseguenza.

    Da notare:
    • il recinto delle pecore
    • il pastore entra per la porta
    • il ladro/brigante non entra dalla porta
    • il pastore è riconosciuto dal portiere e dalle pecore
    • il pastore conosce e chiama ogni pecora per nome
    • le conduce fuori dal “recinto”
    • cammina davanti alle pecore, che lo seguono, perché riconoscono la sua voce
    • le pecore non seguono l’estraneo e fuggono da lui perché non conoscono la sua voce
    • Io-Sono la porta delle pecore
    • chi passa attraverso di me, sarà salvo
    • io venni perché abbiano vita e l’abbiano in abbondanza
    • Io-Sono il pastore bello
    • il mercenario, davanti al lupo, abbandona le pecore e fugge
    • il pastore bello espone, dispone e depone la propria vita a favore delle pecore
    • il pastore bello offre la sua stessa vita, che è l’amore reciproco tra Figlio e Padre
    • conosco le mie pecore e le mie conoscono me, come il Padre conosce me e anch’io conosco il Padre
    • ho altre pecore che non sono di questo ovile: anche quelle bisogna che io conduca
    • ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore
    • Gesù è il Figlio perché ha lo stesso potere del Padre: deporre la vita e riprenderla liberamente
    • il comando di Gesù: amare come è amato
    • le sue parole ci dividono: se le rifiutiamo siamo ciechi, se le accogliamo veniamo alla luce.

    4. Testi utili

    Sal 23; 37; 49; 73; Ger 23,1-6; Ez 34,1ss; Zc 11,4-7; Lc 15,4-7; Gv 17,1ss; 1Cor 12,1ss; Ap 5,1-11.



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