La donna samaritana
Se Dio è stanco per noi,
il sole è alto
Angelo Casati

Leggendo il racconto della donna del pozzo (cf. Gv 4,1-42), ci rimane in cuore lo stupore.
Per l'intensità, il brivido, la freschezza di quell'incontro al pozzo di Sicar. Si scioglie la donna, ma si scioglie anche Gesù, si mette a sognare: mancano quattro mesi e lui vede i campi che già biondeggiano. Finalmente si respira. Anche lui respira.
Anche lui veniva da un'aria soffocante, irrespirabile. Da dove veniva? Dalle solite beghe clericali. Leggete i primi versetti del capitolo. Viene dalla Giudea. E di cosa si discuteva in Giudea? Del fatto che lui battezzava più di Giovanni. Quando poi non era nemmeno lui a battezzare, ma i suoi discepoli (cf. vv. 1-2). Meschinità, piccinerie, i soliti sondaggi.
Il racconto dice: "Lasciò allora la Giudea e si diresse di nuovo verso la Galilea. Doveva perciò attraversare la Samaria" (vv. 3-4). Stranezza del verbo "doveva". Non era una necessità di strada, era normale anzi che dalla Giudea alla Galilea si andasse non passando dalla Samaria ma lungo il Giordano: viaggio più sicuro, soprattutto per un giudeo che era guardato dai samaritani come un nemico. La cosa era reciproca, tant'è che somma offesa presso i giudei era dare a qualcuno del "samaritano". "Sei un samaritano!": somma offesa per bollare Gesù. E glielo dicono: "Sei un samaritano!", come se gli dicessero: "Sei un meticcio, in fatto di religione".
Eppure è scritto: "Doveva perciò attraversare la Samaria". Era dunque un'altra necessità che lo spingeva, una necessità dettata dal di dentro e questo è bellissimo. Era una necessità dettata, potrei dire, dal cuore. Una necessità non geografica, ma di cuore.
Questo dirottamento di strade ci rimane come un pungolo nel cuore, perché viene a chiederci se anche noi come Gesù siamo - quasi per una necessità interiore - spinti, irresistibilmente spinti ad andare fuori dai percorsi abituali, ad attraversare territori dello Spirito giudicati spuri, presso pozzi in territori samaritani. Per incontrare chi? Una donna dai cinque mariti?
Improbabile l'ora! Perché la samaritana esce a quell'ora? Forse c'è da scavare nella magia di quell'ora? Forse sì. Forse perché a mezzogiorno lei non sarebbe stata sotto gli occhi di tutti?
Il sole splendeva alto, e Giovanni, l'evangelista, lo annota. C'è come una cornice temporale al racconto: "Era circa mezzogiorno" (v. 6), il tempo del sole alto. Come a dire che, se Dio siede stanco al pozzo dove è attesa la donna samaritana, dove è atteso ciascuno di noi, un Dio sfinito per questo suo incontenibile inseguirci, se Dio è stanco per noi, allora puoi dire che il sole splende alto.
Così come sarà mezzogiorno - dirà l'evangelista Giovanni - e il sole splenderà alto, quando Pilato sederà nel tribunale, nel luogo detto Litostroto e Gesù sarà condannato a una morte infame, la morte di croce (cf. Gv 19,13-16). Se il Figlio di Dio, per amore di questa nostra umanità smarrita, si lascia condannare a una morte infame, allora è proprio vero che tutti noi siamo illuminati e che il sole splende alto.
"Affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo" (v. 6). La fatica, stanco della fatica di cercarci. Sì, siamo anche noi a cercarlo. Ma il viaggio più lungo è il suo. Una fatica, questa della ricerca dell'uomo e della donna da parte di Dio, che inizia nei primi giorni della storia. I padri della chiesa dicono che dal giorno del grido: "Adamo, dove sei? Dove sei, uomo?", Dio è stato in ricerca, una ricerca insonne che ha attraversato tutta la storia, finché ci ha trovati sulla croce. La fatica della croce. Ritornano alla memoria le parole del Dies irae, spesso evocate con paura e sgomento. Forse qualcuno di noi ricorderà, tra quelle parole, questa struggente preghiera, che potrebbe essere di ciascuno di noi, preghiera ispirata al brano che stiamo commentando:
Recordare, lesu pie,
quod sum causa tuae viae,
ne me perdas illa die.
Quaerens me sedisti lassus,
redemisti crucem passus;
tantus labor non sit cassus.
(Liturgia delle ore secondo il rito romano, IV. Tempo ordinario settimane XVIII-XXXIV, Libreria editrice vaticana, Città del Vaticano 1989, p. 1866.
Gesù, tu che sei compassionevole,
ricordati che io sono causa del tuo viaggio:
non mandarmi perduto in quel giorno.
Nel tuo continuo cercarmi ti sei seduto stanco.
Pur di redimermi hai patito la croce.
Così grande fatica non sia inutile, Signore.
Improbabile l'ora dell'incontro, ma improbabile anche la domanda di Gesù, come se la richiesta del bere sottintendesse qualcos'altro: "Come mai tu, che sei un giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?" (v. 9).
Come se il chiedere l'acqua fosse un pretesto e l'intenzione fosse un'altra, come se nelle parole di Gesù si nascondesse una vera e propria avance: la donna ci era abituata, la sua femminilità conosceva questi passaggi sinuosi. Era forse l'inizio di un corteggiamento?
Tutto poteva richiamarlo, perché nella Bibbia - e forse anche nell'immaginario della donna - l'incontro al pozzo è un classico, è una scena tipo, che diventa occasione di un fidanzamento.
Basterebbe scorrere la storia dei patriarchi, anche quella di Giacobbe - e qui siamo al pozzo di Giacobbe - per sentire il racconto di uomini giunti da terre straniere che presso un pozzo incontrano una ragazza, e l'incontro conosce attenzioni e gesti. Giacobbe, per esempio, da solo rotola la pietra della bocca del pozzo e poi abbraccia Rachele. E la donna, nei racconti dei padri, corre poi ad annunciare a casa sua l'avvenuto incontro. Allo straniero è offerta ospitalità. E poi il fidanzamento, e poi il banchetto (cf. Gen 29,1-22).
E quindi il pozzo, anche quello di Sicar, un luogo di corteggiamento?
Ma qui lo schema almeno parzialmente si rovescia. Qui la donna non è una ragazza nubile. La donna, la donna di Samaria, aveva conosciuto il corteggiamento nella sua vita. Ma aveva conosciuto anche l'inaridimento, cinque matrimoni falliti alle spalle; storia, la sua, di una brocca vuota. Aveva conosciuto questo andare, avanti e indietro, al pozzo, il pozzo dell'acqua ma anche quello dell'amore. Attingere e poi ritrovarsi con la brocca vuota. Perché i mariti, come accennerà Osea al capitolo terzo del suo libro, si sono rivelati dei Baal, cioè dei padroni. E scritto nel rotolo del profeta:
Perciò, ecco, io la sedurrò,
la condurrò nel deserto
e parlerò al suo cuore.
Le renderò le sue vigne
e trasformerò la valle di Acor
in porta di speranza.
Là mi risponderà
come nei giorni della sua giovinezza,
come quando uscì dal paese d'Egitto.
E avverrà, in quel giorno - oracolo del Signore -
mi chiamerai: "Marito mio", e non mi chiamerai più:
"Baal, mio padrone".
Le toglierò dalla bocca
i nomi dei Baal
e non saranno più chiamati per nome.
(Os 2,16-19).
Ebbene anche alla donna samaritana vengono tolti i nomi dei Baal, i nomi di chi ti usa. Anche qui c'è uno che ti parla al cuore o, meglio, sul cuore. La donna è incantata per quelle parole che vanno al cuore. Sono tanti quelli che ti parlano, pochi quelli che ti parlano al cuore, rarissimi quelli che ti parlano sul cuore. Che è il parlarsi dell'amore. Degli innamorati si diceva una volta: "Si parlano". E Gesù alla donna, che le dice: "So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa" (Gv 4,25), risponde: "Sono io che parlo con te" (v. 26). Qui c'è il Messia, ed è nell'immagine di uno che ti parla; non nell'immagine di uno che ti giudica, ma di uno che ti parla. È la buona notizia. La buona notizia non è una parola che ti svergogna o ti condanna, ma una parola che ti interpreta, ti incuriosisce circa il desiderio di altro che abita la tua sete. Dietro le parole di quel profeta seduto al pozzo la donna incomincia a prendere contatto con una parte di sé che le era nascosta e ora le viene svelata. L'acqua comincia a zampillare dentro di sé. Ora le sembra di intuire dove attingere l'acqua viva.
Vorrei indugiare sulla prima parola di Gesù alla donna: "Dammi da bere" (v. 6). L'indigente è Dio, l'indigente è Gesù: "Dammi da bere". Tu, donna, tu, uomo, puoi dare qualcosa a Dio. A questo Dio assetato.
Anche questo appartiene allo stile di Gesù. Appartiene al suo stile valorizzare qualcosa che è in te, qualcosa che è nelle tue mani. E se deve fare il miracolo del vino, chiede ai servi di portare l'acqua nelle giare (cf. Gv 2,7-8). Se deve moltiplicare il pane per i cinquemila, chiede al ragazzetto di portargli i suoi cinque pani d'orzo e i suoi due pesci (cf. Gv 6,8-11).
Questo è il modo - il modo di Dio - di togliere le distanze: è Dio che mi chiede qualcosa, e non chiede chissà che cosa. È un sorso d'acqua, sono cinque pani e due pesci, è un piccolo passo.
E la bellezza e la rivoluzione di Gesù. Che va a rivendicare l'importanza del pozzo che è scavato in ciascuno di noi. E come se dicesse alla donna samaritana: "C'è un'acqua nel tuo pozzo, scava nel tuo pozzo e sgorgherà". Lui, il maestro, l'aiuta a scavare, a scavare dentro. E rivendica, anche questa è una rivoluzione che non vorrei avessimo ancora una volta tradito, rivendica il cuore, lo spirito. Per la vera adorazione. E a Gerusalemme o su questo monte che si deve adorare? E una religione o un'altra? Le religioni hanno bisogno di monti. Ma per Gesù i monti sono relativi. A confronto dell'adorazione in spirito e verità. Arrivati sulla cima del monte, non saremo più imprigionati. E il massimo dello sconfinamento.
E ti senti guardata tu, proprio tu, donna samaritana. Rompe le distanze: Gesù chiede l'acqua a una donna di un popolo eterodosso, a una donna che viene da una vita tumultuosa.
C'è da incantarsi. Da incantarsi ancora oggi, davanti a uno che chiede, superando tutti i nostri preconcetti. Pensate a noi, a noi che, se dobbiamo chiedere qualcosa a qualcuno, abbiamo un lungo elenco di condizioni da certificare. Di condizioni e di sottocondizioni, poco manca che gli facciamo l'esame del DNA. No! "Dammi da bere", e sapeva. Sapeva la storia dei cinque mariti.
E lo stile di Gesù. E ne restano sconcertati perfino i discepoli. Ma non solo quelli di ieri, anche quelli di oggi: se tu dici che ti rimane una stima anche per chi ha attraversato terre di smarrimento, che ti senti di chiedere qualcosaanche a chi non ha tutti i requisiti canonici, crei sconcerto. Ma questo è Gesù, è il suo stile, è il suo modo per dire che tu non sei un vaso vuoto, che la tua anfora non è senz'acqua.
Ed è nello stile di Gesù, uno stile che tocca la sostanza del suo modo di essere, di non minacciare - non c'è ombra di minaccia in questo incontro - ma di seminare una curiosità, di insinuare un desiderio: "L'acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d'acqua che zampilla per la vita eterna" (Gv 4,14).
La domanda ritorna a noi. Dopo millenni di storia cristiana, che cosa trovano gli altri presso di noi? Gli occhi del rabbi di Nazaret o trovano la freddezza e la rigidità delle pietre? "Da uno come te - sembriamo dire - non verrà mai nulla di buono!". In questa nostra sfiducia, lo si voglia o no, fa capolino il vecchio mondo della meccanicità - causa... effetto! - è il mondo della concatenazione: non c'è spazio per la sorpresa. Anzi c'è sorpresa per l'opposto, sorpresa che tu, rabbi di Nazaret, perda del tempo con una donna. Considerata da sempre poco. E la sorpresa dei discepoli: "Si meravigliavano che parlasse con una donna" (v. 27). Un modo di pensare, questo, che ci soffoca e ci rende a nostra volta soffocanti, ci fa roccia dura, roccia arida, roccia fredda. Glaciali! Quante volte diamo l'impressione di essere ancora dalla parte di quei discepoli, di non essere ancora passati dalla parte del maestro. E sulle labbra abbiamo prediche, abbiamo comizi, abbiamo frasi fatte, parole lontane. Non parole sentite. Dentro un bisogno invece di parole che vengano dal cuore: parole rare. Perché, se vengono dal cuore, le parole sono rare. E lunghi i silenzi.
E un Dio che parla alla donna per immagini, immagini vive: l'acqua, il pozzo. Ti incuriosisce. Sono immagini che conquistano il cuore della donna, ma anche il nostro cuore. Non sono le dissertazioni a conquistare il nostro cuore.
Anche questa è cosa bella, bellissima: il Figlio di Dio lega il suo nome all'acqua, all'acqua viva. "L'acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d'acqua che zampilla per la vita eterna".
Dio non è dove c'è l'acqua stagnante, l'aria asfittica, dove c'è la pesantezza e la noia. Dio è dove c'è l'acqua zampillante, che zampilla per la vita eterna. Se ti disseti a questo pozzo vero, a questa vera religione, se fai posto dentro di te allo Spirito di Gesù, anche in te si udrà il canto, il gorgogliare dell'acqua nuova, quella che non ristagna, ma zampilla per la vita eterna.
Il racconto - voi lo intuite - profuma di bellezza. E ti chiedi come mai noi abbiamo poi l'arte di appiattire con le nostre prassi ecclesiali ciò che nel vissuto di Gesù è così vivo, così spontaneo, così bello. Già ci si mettevano, l'avete sentito, i discepoli: "Perché parla con lei?". "Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?" (v. 33). Tutto deve essere ricondotto all'ovvietà, tutto al codificato, cancelliamo la sorpresa.
Qui, nel racconto, non ci sono imprigionamenti, non ci sono recinti sacri. L'incontro, la grazia dell'incontro, sfiora le cose comuni: il pozzo, la brocca, l'aria calda del giorno, la sete, le parole quotidiane, lo sguardo, il dialogo con lo sconosciuto. E tu non sai dove può portare questo dialogo che inizia dalle cose comuni, dalle cose della vita.
Sta' dentro anche tu nella vita. Ma non in modo pesante, soffocante, non con i pregiudizi: "Pensa un po', questa che ha avuto cinque mariti!". Sta' senza pesantezza. Quale intelligenza sarebbe passare sui terreni seminati - e Dio ha seminato! - con un cingolato, con passo pesante! Cerca di capire. Ma senza violentare per desiderio impaziente di capire subito. Vedi come fa Gesù con la donna samaritana. Non fa violenza e lei esce a poco a poco, come un germoglio dal terreno.
L'incontro è emozionante anche per Gesù, tant'è che prima dimentica la sete, e poi dimentica la fame: quell'incontro al pozzo lo faceva sognare. A occhi aperti. Vedeva a occhi aperti cose che nessuno vedeva: lui, quattro mesi prima della mietitura, vedeva già biondeggiare i campi! E dimenticava la sete, dimenticava la fame. E sognava.
Com'è diverso Dio da come a volte lo abbiamo immaginato noi: è un Dio che si perde negli incontri! Così strano per noi che abbiamo teorizzato l'essere impassibili, misurati, programmati.
E la donna si apre. Sente che non c'è un giudizio, quel giudizio che si era sentita addosso come un vestito per tutti quegli anni, lei che in precedenza di mariti ne aveva avuti cinque.
E mette a nudo la sua sete, che era quella di incontrare uno - un uomo di Dio - per il quale il fatto dei cinque mariti non fosse un pregiudizio. Agli occhi di quel profeta - lo sente! - lei conta di più. Più di tutti i suoi smarrimenti.
E anche lei dimentica la brocca. Dimentica la sete. "Chissà! - pensa - sarà questo il Messia?". Si è trovata, dentro, un'altra sete, che aveva ingenuamente pensato di spegnere con una serie di pillole preconfezionate.
Alcuni di noi ricordano una pagina famosa del Piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry, che parla di acqua e di mercanti di pillole:
"Buon giorno", disse il piccolo principe. "Buon giorno", disse il mercante.
Era un mercante di pillole preconfezionate che calmavano la sete. Se ne inghiottiva una alla settimana e non si sentiva più il bisogno di bere. "Perché vendi questa roba?", disse il piccolo principe.
"E una grossa economia di tempo", disse il mercante. "Gli esperti hanno fatto dei calcoli. Si risparmiano cinquantatré minuti alla setti- mana".
"E che cosa se ne fa di questi cinquantatré minuti?".
"Se ne fa quel che si vuole...".
"Io", disse il piccolo principe, "se avessi cinquantatré minuti da spendere, camminerei adagio adagio verso una fontana...".
(A. de Saint-Exupéry, Il piccolo principe, Bompiani, Milano 1978', p. 101)
Camminare adagio adagio verso una fontana.
Com'è importante il tempo della sosta, la sosta al pozzo, la sosta dello spirito, un tempo che ci fa liberi dalle pillole preconfezionate, le parole dei mille mercanti, liberi dalle loro formule magiche e ci fa camminare adagio adagio verso la fontana dell'incontro con Gesù.
Acqua vera è ogni incontro. Se poi l'incontro è con Dio, con Gesù, è acqua che zampilla.
Ma se non c'è incontro, anche la religione, la religione stessa, diventa piatto moralismo, etica arida, senz'anima.
"Di che torrente sei?", chiedeva sempre il patriarca di Gerusalemme ai monaci che dal deserto salivano alla città santa. Di che torrente sei? Perché presso ogni torrente era fiorita una laura o un cenobio.
Di che torrente sei? E se sei del torrente di Cristo? L'acqua ti fa fiorire, l'acqua che zampilla per la vita eterna. Ti fa fiorire. Tu vedi nel vangelo la samaritana fiorire.
Non meravigliarti allora del deserto. La nostra vita poco o tanto conoscerà sempre questo essere aridi, questo essere riarsi. E dunque il problema non è poi tanto quello di non aver sete, perché nella vita avremo sempre tanta sete, quanta! Preoccupiamoci invece dell'acqua e che sia dolce e chiara e non quella delle cisterne screpolate e stagnanti. Come avvertono i profeti.
Non si tratta di spegnere la sete ma, se mai, di alzare il livello della sete, o meglio di chiarire a se stessi che la sete, quella ultima, la storia della nostra sete, non la possiamo chiudere con la storia dei nostri cinque mariti.
Il problema, anche quello religioso, non è quello di spegnere la sete con le nostre facili, troppo facili risposte. C'è già tutta una mentalità, già lo ricordavamo, tesa a ottundere, a spegnere, c'è tutta una società di pompieri. Il problema è il pozzo a cui ti disseti, il torrente a cui ti disseti. Di che torrente sei?
Ma accanto a questa c'è anche un'ulteriore domanda: "A quale torrente conduci, a quale pozzo conduci?".
In un midrash a commento di Esodo 17,1-7, dove si narra di Mosè che con la sua verga fece scaturire acqua dalla dura roccia dell'Oreb, la tradizione rabbinica parla di un pozzo che accompagnava il popolo nel deserto. Quando il popolo si fermava,
ogni principe scavava un solco con il proprio bastone e ciascuno faceva affluire l'acqua in direzione della propria tribù o della propria famiglia, come è detto: "Pozzo che i principi hanno scavato, che i nobili del popolo hanno aperto, con lo scettro, con i loro bastoni!" (Nm 21, 18) (Midrashim. Fatti e personaggi biblici nell'interpretazione ebraica tradizionale, a cura di R. Pacifici, Marietti, Casale Monferrato 1986, p. 71)
Bellissima questa immagine dei bastoni che scavano un solco tra il pozzo e la città perché l'acqua arrivi dappertutto e faccia fiorire tutto e tutti. Certo sono una grazia gli immensi bacini delle acque sui monti. Ma sono una grazia - certo più piccola, ma non priva di valore - gli umili canali che portano l'acqua e i bastoni che scavano i solchi alle acque.
La samaritana fu uno di questi bastoni benedetti. Scavò un solco tra il pozzo e la città di Sicar e l'acqua che zampilla arrivò ai suoi concittadini. Scavò un solco, pensate, con una domanda! Non illudiamoci di scavare solchi con proclamazioni roboanti o assordanti. "Venite a vedere - disse -, che sia lui il Cristo?" (Gv 4,29).
Quante volte - ve lo confesso - mi capita di pensare con emozione e simpatia allo stuolo, ormai sono uno stuolo, di coloro che sanno dire una parola sola, ma quella giusta, sanno passare una fotocopia, ma quella giusta, o un invito, ma quello giusto o sanno fare la domanda, quella giusta e l'acqua arriva lungo i solchi che hanno scavato con il loro umile bastone.
L'acqua viva è Gesù, lui il pozzo, la sua parola l'acqua viva. Lo diciamo con gioia a noi stessi che cerchiamo nella vita - cerchiamo sempre -qualcosa di vivo, qualcuno di vivo, non cerchiamo mummie, cariatidi, fossero pure religiose, cerchiamo qualcosa di vivo.
Ditemi voi come avrebbe potuto tenere per sé quell'incontro la donna? Non sappiamo a chi. l'ha raccontato. Sappiamo che era troppo l'incanto perché non giungesse fino a noi.
Ebbene, la samaritana, lei che un giorno rientrò trasfigurata nella sua città, entra oggi nella nostra città e ci viene a raccontare la sua sorpresa, la sorpresa di aver trovato l'uomo dell'acqua viva. "Venite a vedere". E noi accogliamo il suo invito. Usciamo. A vedere.
(Incontri con Gesù, Qiqajon 2010, pp. 41-56)















































