Lasciare l'anfora
Filippo Serafini
Quando il Signore venne a sapere che i farisei avevan sentito dire: Gesù fa più discepoli e attezza più di Giovanni sebbene non fosse Gesù in persona che battezzava, ma i suoi discepoli -, lasciò la Giudea e si diresse di nuovo verso la Galilea. Doveva perciò attraversare la Samaria.
Giunse pertanto ad una città della Samaria chiamata Sicàr, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c'era il pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo. Era verso mezzogiorno. Arrivò intanto una donna di Samaria ad attingere acqua. Le disse Gesù: «Dammi da bere» .1 suoi discepoli infatti erano andati in città a far provvista di cibi. Ma la Samaritana gli disse: «Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non mantengono buone relazioni con i Samaritani. Gesù le rispose: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: «Dammi da bere! », tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli disse la donna: «Signore, tu non hai un mezzo per attingere e il pozzo è profondo; da dove hai dunque quest'acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede questo pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo gregge?». Rispose Gesù: «Chiunque beve di quest'acqua avrà di nuovo sete; ma chi beve dell'acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore, gli disse la donna, dammi di quest'acqua, perché non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». Le disse: «Và a chiamare tuo marito e poi ritorna qui». Rispose la donna: «Non ho marito». Le disse Gesù: «Hai detto bene «non ho marito»; infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». Gli replicò la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta. I nostri padri hanno adorato Dio sopra questo monte e voi dite che è Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia (cioè il Cristo): quando egli verrà, ci annunzierà ogni cosa». Le disse Gesù: «Sono io, che ti parlo». In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliarono che stesse a discorrere con una donna. Nessuno tuttavia gli disse: «Che desideri?», o: «Perché parli con lei?». La donna intanto lasciò la brocca, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia forse il Messia?». Uscirono allora dalla città e andavano da lui (Gv 4,1-30).
1. Lo stupore
Il colloquio fra Gesù e la donna di Sicar è finito: l'interruzione è segnalata dal narratore con l'arrivo dei discepoli, presi da meraviglia perché il loro maestro parla con una donna (v.27). Ma dopo aver registrato il muto stupore dei discepoli (nessuno osa fare domande) si ritorna a parlare della donna che «lasciò la sua anfora». Come mostrano anche le parole del v.29, la donna è particolarmente colpita dall'ultima affermazione di Gesù, che ha dichiarato di essere il Messia: la comparsa dei discepoli vale anche, probabilmente, come ulteriore rafforzamento di tale affermazione (non ci si aspetta certo che il Messia vada in giro da solo, senza un seguito). Lo stupore della donna (suggerito dalla forma interrogativa del v.29) è ovvio e comprensibile; «lasciare l'anfora» è chiaramente un segno dello sconvolgimento emotivo che la pretesa, presente nelle parole di Gesù, provoca: quell'uomo che si mette a chiacchierare assettato presso il pozzo non è soltanto un uomo, è il Messia. Potremmo dire: «lasciare l'anfora» è il segno dello stupore che ci coglie quando comprendiamo che l'esperienza «ordinaria», normale e quotidiana, diventa occasione di incontro con tutte quelle realtà che, essendo «da Dio», ci pare dovrebbero essere per forza «straordinarie» e invece scopriamo che ci vengono incontro sulla nostra strada.
C'è un altro aspetto di questo stupore che ci viene suggerito dal testo, confrontando due affermazioni della donna. A Gesù aveva detto: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa (ho panta)»; ai suoi concittadini dice: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto (panta hosa epoiesa). Che sia lui il Cristo?». Tutti sanno, ed è quasi ovvio, che l'inviato di Dio risolverà una volta per tutte le dispute teologiche e ci dirà «finalmente» chi ha ragione; anzi ci insegnerà a ad adorare Dio nel modo «giusto», così che possiamo essere perfettamente obbedienti e compiacerlo in tutto. Ma questo Messia non dice soltanto «ogni cosa» che riguarda Dio, ma dice anche «ogni cosa» che riguarda la donna, che riguarda «me» che sono davanti a lui a parlare. Lo stupore stravolgente è quello di un Messia che per annunciare la realtà di Dio dice anzitutto qual è la realtà della donna (e di ogni essere umano), come se fosse anzitutto questa la cosa importante. Il Messia di Dio non si occupa soltanto dei «massimi sistemi» e delle teorie dei teologi, ma delle persone concrete che incontra: il Messia si interessa di ogni uomo e di ogni donna perché questo è l'interesse di Dio.
2. L'urgenza
L'altro motivo, immediatamente ovvio, per «lasciare l'anfora» è l'urgenza, la fretta che muove la donna: deve andare in città ed è questa la cosa più importante, quindi meglio lasciar perdere l'anfora che potrebbe essere d'intralcio a una marcia spedita. Dallo stupore per l'incontro con il Messia (che ha voluto parlare proprio con lei) nasce l'esigenza di una condivisione: dal punto di vista psicologico è abbastanza normale che le esperienze forti, straordinarie, trabocchino in qualche modo al di fuori dell'individuo, che è spinto a comunicarle e condividerle. Qui c'è ovviamente anche un aspetto teologico: l'incontro con Gesù non può essere puramente personale e individuale, ma coinvolge sempre anche quelli che si trovano accanto; è un'esperienza che si rivolge ad ognuno ma, nello stesso tempo, fa appello a una comunità. La testimonianza, l'annuncio e la condivisione sono elementi imprescindibili della vita di chi ha incontrato il Cristo e quindi dell'esistenza cristiana. La donna «lascia l'anfora» perché correre ad annunciare è talmente importante che anche il motivo per cui era venuta al pozzo passa in secondo piano: ci sarà sempre tempo, dopo, per tornare ad attingere acqua; adesso ciò che conta è altro. Quando lo «straordinario» di Dio si fa incontro all'«ordinario» dell'esperienza umana le priorità e la scala di importanza delle nostre azioni possono (a volte devono) cambiare.
3. L'acqua viva
Oltre a queste caratterizzazioni «emotive» che il gesto della donna lascia trasparire, bisogna riflettere anche sul legame fra l'abbandono del «recipiente» che aveva portato con sé e il dialogo sull'«acqua viva» che si è svolto in precedenza, dialogo nel quale la donna aveva fatto notare che Gesù non aveva un «secchio», cioè un «recipiente» adeguato per attingere acqua (mentre lei aveva la sua anfora). Si può forse pensare che alla fine del dialogo la donna abbia capito cosa intendeva dire Gesù parlando «dell'acqua viva», bevendo la quale non sarà più necessario andare ad attingere al pozzo. Per capire il senso del gesto della Samaritana, torniamo allora un po' indietro e riflettiamo sull'«acqua viva».
La composizione del v.10, suggerisce che l'«acqua viva» è il «dono di Dio»: perché entrambe le proposizioni del periodo ipotetico iniziano con l'enfasi sul «tu» della donna, per poi sottolineare l'identità del «lui» che le parla. Se questi due elementi si corrispondono, si può ipotizzare una corrispondenza anche per il terzo («dono di Dio» - «acqua viva»):
Se tu conoscessi... il dono di Dio... e chi è colui che ti dice: «Dammi da bere!»,
tu avresti chiesto... a lui... ed egli ti avrebbe dato acqua viva.
Questo permette di approfondire il senso dell'espressione lungo due direzioni: anzitutto si comprende che l'acqua viva è un dono di Dio e questo riprende un'immagine dell'AT (cf Ger 2,13 e 17,13). Soprattutto il primo testo («Due sono le colpe che ha commesso il mio popolo: ha abbandonato me, sorgente di acqua viva, e si è scavato cisterne, cisterne piene di crepe, che non trattengono l'acqua.») fa comprendere molto chiaramente come l'«acqua viva» è la pienezza della vita per il popolo che esso può trovare solo in Dio. Per Giovanni è quindi chiaro che l'«acqua viva» non è un dono di Dio tra altri, ma il dono di Dio che compie l'attesa («sete») di bene e di giustizia dell'uomo. In secondo luogo si deve notare che l'acqua viva è dono di Dio ma è data da Gesù. C'è un'inseparabilità tra l'agire di Gesù nella storia dell'uomo e il giungere all'uomo del dono di Dio. Questo concetto può essere approfondito tenendo presente ciò che il Gesù giovanneo dice con un'altra immagine, quella del pane: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (Gv 6,51). In questo versetto si vede che Gesù è il pane e dà il pane: il dono di Dio all'uomo è Gesù stesso che si dona all'umanità. Dal punto di vista dell'uomo: conoscere/credere in Gesù è ricevere il dono di Dio. Nella relazione dell'uomo con Dio la salvezza non è qualcosa di «terzo», un oggetto di scambio all'interno della relazione, ma è la relazione stessa. «Lasciando l'anfora» per correre dai suoi concittadini per annunciare la presenza del Messia, la donna mostra di aver compreso che la cosa decisiva, l'acqua che fa scomparire ogni sete, sta lì davanti ai suoi occhi, è quel giudeo che le ha rivolto la parola.
Il comportamento della donna di Sicar, così, ci fa riflettere anche su un'altra affermazione fatta da Gesù in precedenza (vv. 13-14; la traduzione è un po' strana per seguire il movimento del testo greco):
Chiunque beve di acqua questa avrà sete ancora ma chi beve dell'acqua che io gli darò non avrà sete per l'eternità ma l'acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente zampillante per la vita eterna
Nell'AT e nella spiritualità giudaica del tempo di Gesù l'immagine della sete placata, della fame saziata ecc... sono immagini usate per rappresentare la condizione dei giusti che si avrà dopo l'intervento finale, definitivo (= escatologico) di Dio. Quindi, si tratta di immagini che rappresentano la situazione dei «salvati». Se si considerano le prime due frasi del testo di Giovanni, riportate qui sopra, si vede come il pensiero può essere inquadrato in questo contesto: l'opposizione fra una situazione provvisoria e una situazione definitiva è molto esplicita. Adesso, chi beve dell'acqua ha ancora sete, ma quando Gesù darà l'acqua non ci sarà più sete in eterno. Il riferimento sembra quindi ad un futuro, più o meno lontano, che noi potremmo individuare con l'espressione «fine dei tempi». Ma il testo non si ferma qui, precisa che non solo la persona potrà placare la sua sete, ma anzi diventerà una sorgente «per la vita eterna». Quest'ultima espressione in Giovanni indica sempre la pienezza di vita, la salvezza. L'immagine della sorgente però fa passare dalla condizione di chi riceve l'acqua alla condizione di chi dà l'acqua. Questo significa quindi che non solo si è «salvati» ricevendo un dono da Gesù, ma che si è profondamente inseriti nel mistero di Dio, fino a partecipare della stessa sua capacità di donare la vita.
La donna di Sicar non ha bisogno di portare con sé l'anfora per distribuire l'«acqua viva» nella sua città e l'efficacia del dono ricevuto è attestata dal fatto che i suoi concittadini accorrono a incontrare il Messia da lei annunciato. Questo spiega anche la conclusione del brano: ciò che disseta è l'acqua, non l'anfora, e per questo i Samaritani possono affermare: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».
Il Vangelo di Giovanni è ovviamente interessato al suo protagonista principale, Gesù; è ovvio che non ci racconta cosa è successo il giorno dopo alla Samaritana. Non è difficile però immaginare che sia tornata al pozzo, abbia ripreso la sua anfora e l'abbia riempita d'acqua, ripetendo i gesti sempre uguali della vita di tutti i giorni, che però quel giorno sembravano diversi...
(da. Meditazioni. Padre nostro. Incontro con Gesù. Segni del Vangelo, a cura di M. del CD. Aparicio Valls - D. G. Astigueta, AdP 2009, pp.126-131)















































