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     L'ora impigliata

    nella memoria

    Angelo Casati


    "Videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui" (Gv 1, 39; cf. Gv 1,35-42).
    Ho pensato a questo testo del Vangelo di Giovanni quasi come a un'introduzione alle figure del Nuovo Testamento, figure della sequela di Gesù, che incroceremo in questo cammino. Nel testo si tratta di due discepoli. Di uno c'è il nome, dell'altro no. E, anche se dal punto di vista esegetico forse è una forzatura, a me piace pensare che sia bello così, che non ci sia il nome dell'altro, perché quell'innominato, un senza nome, potrebbe ricevere un altro nome, il nome di ciascuno di noi. Sei tu, sono io su quella strada, in quella casa.
    Mi sono anche detto che sarebbe bello e suggestivo che la nostra avventura spirituale prendesse la figura di quella strada e di quella casa.
    E di quelle parole. E di noi si potesse dire: "Videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui". Sosta. Sosta breve, perché poi si ritorna nel mondo. Non si possono costruire le tre tende di sequestro, come in un primo momento avevano pensato i tre discepoli nel giorno della trasfigurazione sul monte. Bisogna scendere, ritornare nel mondo, dove vi chiama la vostra vocazione, che è una vocazione "secolare", vocazione nel mondo. Ma c'è questa sosta nell'eremo: "Videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui".
    Nel vangelo è scritto: "Il giorno dopo" (v. 35).
    Quello era "il giorno dopo". Il terzo giorno. Dopo che cosa? Il terzo giorno del Battista: il primo giorno fu quello della delegazione inviata dai farisei. E il Battista ebbe parole inequivocabili sulla propria identità: non è lui il Messia, lui è solo una voce.
    Ed era come se volesse farli morire di curiosità: "In mezzo a voi - dice - sta uno che voi non conoscete" (v. 26). Chi sarà? Il secondo giorno lo indica e lo indica ai discepoli.
    Vede Gesù venire a sé. Dice: "Ecco, è lui. È su di lui che ho visto scendere lo Spirito" (cf. v. 3 2). Ma i discepoli non si muovono.
    Siamo al terzo giorno. Gesù passa. Giovanni fissa lo sguardo, come se tentasse di dirottare lo sguardo dei suoi discepoli: "Fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: 'Ecco l'agnello di Dio!'" (v. 36).
    "Su Gesù che passava": notate questo verbo, che dice un tempo che si prolunga, "passava", si prolunga fino a noi. Oggi passa, in questi giorni passa. E notate i luoghi del passaggio, o se volete del suo manifestarsi, prima al fiume, ora in una casa, fuori dai luoghi religiosi, in un pomeriggio qualsiasi. E per quei due non fu più un pomeriggio qualsiasi! Quell'ora rimase impigliata per sempre nella memoria: "Erano circa le quattro del pomeriggio" (v. 39). E noi a chiederci come sarà stata la luce, la magia della luce, alle quattro del pomeriggio, in una casa, in una casa d'Israele.
    E detto della casa, ma prima ancora è detto della strada. Nel Vangelo di Giovanni Gesù entra in scena così, sulla strada. E un Gesù che viene, che passa per strade. E scritto: "Il giorno dopo, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: 'Ecco l'agnello di Dio'" (v. 2 9). E ancora: "Il giorno dopo... fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: 'Ecco l'agnello di Dio!'".
    E un Gesù che passa, sulle strade di tutti.
    La strada, la casa, luoghi comuni, luoghi della manifestazione, luoghi del passaggio. Penso che non abbia cambiato stile il Signore: passa, per le strade.
    Ma c'è qualcuno che lo indichi per le strade? O siamo tutti occupati a indicarlo nelle chiese? E non seminiamo più il sospetto che, ancora oggi, passi nel quotidiano, nel quotidiano più quotidiano: la strada, la casa. C'è ancora qualcuno che scruta i segni del tempo, i segni del passaggio di Gesù? Come è scritto: "Fissando lo sguardo su Gesù che passava".
    C'è ancora qualcuno che dica quanto è notizia buona questo suo passare, dirò, questo suo impenitente passare? Perdonate se sono bastian contrario. Spesso si sente citare Agostino d'Ippona che confessa il proprio timore per un Gesù "che passa" quasi che non facesse più ritorno.
    Il suo è un invito appassionato, più che comprensibile, a non perdere l'occasione della visita, ma sarebbe grave se lo fraintendessimo impallidendo il vero volto di Gesù, che rimane volto di un pastore che comunque fino alla fine "ritornerà", ritornerà in cerca della pecora, la pecora nera e smarrita, che sono io.
    Mi colpisce questo verbo: "Fissando lo sguardo", verbo intrigante. E il verbo greco emblépein , due volte nel breve racconto, una volta riferito a Giovanni: "E fissando lo sguardo su Gesù che passava"; l'altra volta riferito a Gesù davanti a Pietro: "Fissando lo sguardo su di lui" (v. 42). Un verbo che ci viene proposto, quasi consegnato. Il verbo in greco significa "guardare con penetrazione, con intensità". Che differenza ci può essere negli occhi, e in uno sguardo! Noi misuriamo tutta la differenza che passa dal sentirci guardati, a volte o spesso, superficialmente, sbrigativamente, o invece intensamente, appassionatamente. Cerimonie distanti, in cui ti stringono le mani ma gli occhi sono già a guardare chi viene dopo di te. E, al contrario, occasioni, di grazia, in cui ti è dato sentire gli occhi dell'altro che ti penetrano, ti accarezzano.
    Il Signore passa su tutte le strade, ecco non disprezziamo le strade. Ma se il nostro è un guardare superficiale, frettoloso, non ce ne accorgiamo.
    E non illudiamoci, questo è un altro possibile fraintendimento, non illudiamoci di avere occhi penetranti con Dio, se non abbiamo occhi penetranti con la vita. Se sei distratto con la vita, sei distratto con tutto, anche con Dio.
    E i due si muovono, Andrea e l'altro. E nasce il movimento: i due si muovono. Pensate: i primi della carovana, oggi ci siamo anche noi. Quei due, i primi a incamminarsi dietro Gesù.
    E Gesù sente il rumore dei passi che lo cercano.
    "Si voltò ... disse loro: 'Che cosa cercate?' (v. 38). Pensate, la prima parola di Gesù nel Vangelo di Giovanni: "Che cosa cercate?". E una delle ultime del vangelo alla donna in pianto, Maria di Magdala, nell'alba stupita della resurrezione: "Donna ... chi cerchi?" (Gv 20,15).
    Noi troppo spesso incominciamo e finiamo con le nostre definizioni, Gesù inizia e finisce con la domanda. Una domanda che ti porta dentro, a interrogarti dentro, dentro i tuoi desideri più veri, più profondi: che cercate? Chi cerchi? È un verbo che racchiude tutta la vita. Tutto il vangelo, tutta la vita. Dall'inizio alla fine del vangelo, dall'inizio alla fine della vita, questo verbo "cercare". Fare della vita una ricerca insonne, mai conclusa.
    E Gesù con la sua domanda sembra rimandarti dentro. Vuole che tu ti interroghi dentro, sul desiderio che ti abita, non quello più superficiale.
    In fondo, tu che cosa cerchi? Interroga il tuo cuore. È dietro questa ricerca che arriverai a Gesù. Lasciati interrogare. Non temere le domande. È ben altro che noi dovremmo temere.
    Dovremmo temere una società che funge da narcotico per la domanda, che la cancella, la copre.
    Soffocandola con la magia delle cose, con lo stordimento del rumore, con il luccichio del successo.
    Che cosa cerchi? Chi cerchi? Purtroppo la società e coloro che la governano hanno paura della domanda, preferiscono gente che va come un gregge senza porsi domande, con un'obbedienza cieca e assoluta: la domanda, la ricerca, sono troppo destabilizzanti. E quindi pericolose.
    Può succedere purtroppo che anche la religione sospetti, veda con un certo disagio, con insofferenza, la domanda, la ricerca, e preferisca normalizzare con i dogmi, con le regole. Tutto sicuro. Ma è cattiva cura, cattiva cura della religione, della fede. Cattiva cura alla quale, fraintendendo, a volte si piegano gli uomini della religione: addormentano le coscienze. Va' a dormire, non farti domande. Un esempio? La storia di Eli, il vecchio sacerdote, che davanti al giovane Samuele, che sente dentro di sé una voce nella notte, non sa fare altro che mandarlo a dormire: "Non ti ho chiamato, figlio mio, torna a dormire!" (1 Sam 3, 6). Come a dire: "Se non ti ho chiamato io, non ti ha chiamato nessuno". Come se la voce da ascoltare fosse la sua, non quella di Dio, che può parlare anche nella notte. Poi riconoscerà l'errore. E lo rimanderà alla Voce.
    E così siamo ricondotti, ancora una volta, al cuore del messaggio. La fede vera e i veri uomini di fede ti rimandano a un altro: "Dirai: 'Parla Signore, perché il tuo servo ti ascolta" (1 Sam 3, 9). È scritto nel brano del libro di Samuele: La parola del Signore era rara in quei giorni, le visioni non erano frequenti. E quel giorno avvenne che Eli stava dormendo al suo posto, i suoi occhi cominciavano a indebolirsi e non riusciva più a vedere. La lampada di Dio non era ancora spenta (1 Sam 3, 1-3).
    Mi sembra, perdonate, di rivedere per qualche aspetto i nostri tempi. Forse non sono mai esaltanti i tempi, nemmeno i nostri: noi preti sempre più vecchi e forse indeboliti gli occhi.
    Gli occhi di Eli indeboliti dall'età, ma indeboliti anche dalla sua incapacità di smascherare i figli, che per vile interesse si approfittavano della fede. Della fede e della buona fede di coloro che ancora frequentavano il tempio. Anche oggi, purtroppo, si tace. Si tace su coloro che approfittano della religione.
    In questo panorama di ombre mi colpiva nel testo l'accenno alla lampada: "La lampada di Dio non era ancora spenta". E nella mente mi immaginavo quel sacerdote, quel vecchio sacerdote che in tempi di decadenza religiosa fedelmente, oserei dire testardamente, teneva accesa la lampada del tempio, quasi a dire che Dio resiste, resiste anche nella notte dei tempi. E anche la notte più fonda può essere attraversata da voci.
    Perdonate lo sconfinamento, ma io penso che una chiesa esista per questo: per tenere accesa la lampada testardamente, umilmente, come atto di fiducia in Dio. Ed esiste, se stiamo alla figura del vecchio sacerdote Eli, per renderci sensibili alla voce, quella di Dio. Notate, non per addormentare.
    Non per addormentare i sogni dei giovani, i giovani di spirito. Non per dire: "Torna a dormire, lascia perdere, datti una calmata". Ma per invitare a leggere e ad ascoltare nel libro e in ciò che accade la voce di Dio. Non per sostituirsi a Dio: "Ti dico io che cosa vuole Dio da te".
    No! "Sta' in ascolto. Dirai: 'Parla, Signore, che il tuo servo ti ascolta".
    Da ascoltare è il Signore. La chiesa stessa, lei per prima, chiamata a stare in ascolto del suo Signore che parla. Parla anche attraverso le istanze che sorgono dal tempo. Una di queste istanze, ravvisate cinquant'anni fa dal concilio, ma ancora viva, attuale, è quella di una fedeltà maggiore al vangelo. Richiami, a volte scomodi, che vengono dal tempo.
    Penso alle parole profetiche di padre Giulio Bevilacqua, poi cardinale, che nel lontano 1964, nell'omelia per la prima messa di un suo confratello diceva:

    Ama questa generazione che ti domanda molto.
    Le generazioni che non domandano niente al sacerdote hanno fabbricato quell'obbrobrio che si chiama clericalismo che è tutto fuorché qualche cosa di religioso, perché è il ricatto, è il profitto sulla religione. Benedici questa generazione e spera che diventi sempre più anticlericale.
    E voglio dire con questa parola, che veda in noi non dei dominatori della vita, ma i servitori della vita. Che veda le nostre mani vuote e pure dal più grande obbrobrio della vita che è il denaro. Questo domandano soprattutto a noi il concilio e questa generazione. Per cui benedici anche la severità che ha verso di noi questa generazione, perché ci permette di restare sacerdoti, cioè ministri della Parola e ministri del sangue. [1]

    Ebbene, proprio questo chiederà la voce nella notte a Samuele, chiederà di smascherare una religione contaminata da dominio e profitti e di restituirle la limpidezza della fede.
    E limpidezza della fede significa non sostituirsi a Dio, non è chiedere di essere ascoltati noi, ma indicare Dio, invitare ad ascoltare lui.
    Come fa il vecchio sacerdote Eli. Come fa Giovanni il Battista. Non indica se stesso. Indica un altro: "Ecco l'agnello di Dio". Lo indicò in Gesù che passava.
    E notate la stranezza, l'apparente stranezza della risposta: "'Che cosa cercate?'. Gli risposero: 'Dove dimori?'" (Gv 1, 38). Era chiaro che cercavano lui. La risposta dei due è stupefacente.
    "Ma come? - avrebbe potuto obiettare Gesù - vi chiedo che cosa cercate e per tutta risposta mi dite: 'Rabbi, dove abiti?'. Ma vi interessa il mio indirizzo, vi interessa il mio appartamento? E poi il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo!".
    Risposta stranissima questa dei discepoli, eppure anche questa affascinante e intrigante perché è come se dicessero: "Ci interessi tu, ci interessa stare un po' con te, ci interessa vederti da vicino, ci interessa dove abiti con i tuoi pensieri, con le tue emozioni, con il tuo cuore, con i tuoi sogni".
    E infatti, pensate: di quel giorno - di cui è detta anche l'ora precisa, tanto fu importante e decisiva per loro, le quattro del pomeriggio circa - di quel giorno non è detto che Gesù fece chissà che cosa. Quali prodigi, quali azioni mirabolanti? Semplicemente "videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui".
    Pensate quale sconcerto provocherebbe, in una società come la nostra tutta sbilanciata sul fare, sul correre, sul produrre, uno che alla domanda: "Che cosa è successo? Che cosa ha fatto? Che cosa avete fatto?" rispondesse: "Che cosa abbiamo fatto? Ci siamo fermati, ci siamo fermati insieme e ci siamo guardati".
    Il primato della persona, il primato del volto di Dio, del volto dell'altro. E non c'è miracolo che lo sostituisca, non c'è miracolo che lo pareggi.
    Non c'è. Per il vangelo. "Venite e vedrete" (v. 39). E non ci sono più parole. Non si dice una parola dei discorsi della casa. Se ce ne sono stati! Quale ribaltamento, del nostro modo di pensare, del nostro modo di intendere sia la fede, la nostra, sia la trasmissione della fede, del vangelo. Non c'è ombra di discorsi. I verbi sono: andare, vedere, rimanere.
    Quasi il Signore dicesse: "Venite a vedere dove sto. Dalla casa capirete, passando qualche ora insieme capirete. Dimorando insieme capirete".
    "Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio".
    Non ci sono le nostre complicazioni, niente di organizzato, non ci sono proclamazioni, non ci sono parole: "Andarono e videro". E non è detto neanche che cosa videro.
    Provate a rileggere l'episodio e osservate se non è vero che è tutto giocato sugli sguardi e non sulle parole. Il Battista: "Fissando lo sguardo su Gesù che passava". Gesù: "Osservando che essi lo seguivano". I due discepoli: "Andarono e videro".
    E alla fine, Gesù: "Fissando lo sguardo su Simone". Ma chi - ditemelo voi -, chi ci ha mai insegnato che la fede, la missione è innanzitutto una questione di sguardi, sguardi che hanno il dono di penetrare? E non di prediche.
    Potessimo ritornare a quest'aria della casa e della strada, in cui ci si racconta e si passa la parola! La parola che non passa sul filo noioso delle omelie, ma sul filo dei legami, dell'amicizia, in un raccontare lontano dal "parlare come un libro stampato", dal parlare a memoria. Il racconto nasce da un'altra memoria: dalla memoria e dall'emozione del cuore.
    Pensate - è un sogno! - se anche nelle nostre liturgie si respirasse qualche volta l'aria delle case e delle strade, forse sarebbe un sussulto.
    E quella dimora li cambiò. Non tutte le ore della vita sono uguali. Loro segnarono nell'agenda della memoria quell'ora, le quattro del pomeriggio.
    Quell'ora cambiò la loro vita. Quali ore cambiarono la nostra vita? Potremmo chiedercelo.
    E non potrebbero, per grazia, essere anche le ore di questa giornata? Come non augurarcelo? E come non pregare perché ciò avvenga? Per grazia.

    NOTE

    1 G. Bevilacqua, La parola di padre Giulio Bevilacqua, Morcelliana, Brescia 1967, pp. 166-167.

    (FONTE: Incontri con Gesù. Figure della sequela, Qiqajon 2010, pp. 5-16)



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