Se tu conoscessi
il dono di Dio!
Incontro con la donna samaritana (Gv 4,1-42)
Anna Maria Canopi
Gesù è in viaggio: con tutti gli uomini egli condivide la fatica e l'insicurezza dell'esistenza terrena. Pellegrino tra noi pellegrini, oggi – in quell'oggi che è ogni istante della vita presente –stanco e assetato, siede presso il pozzo di Giacobbe vicino alla città di Sicar, in Samaria: in terra considerata straniera; possiamo dire: nella terra della nostra povertà. Subito questa «pausa di ristoro» si rivela per quello che veramente è: luogo di un incontro a lungo preparato, un incontro che può cambiare il nostro cuore. Infatti, mentre egli siede, una donna samaritana viene, come di consueto, ad attingere acqua. Ma quel giorno sarà diverso da tutti gli altri, perché Gesù la sta attendendo.
È mezzogiorno. È l'ora più calda del giorno, l'ora della stanchezza. E Gesù è stanco della nostra stanchezza; meglio, si fa stanco, accetta di sperimentare l'umana stanchezza per potersi incontrare con la nostra debolezza. Quaerens me sedisti lassus, mentre mi stavi cercando, stanco ti sedesti, canta un inno liturgico... Ecco, dunque, arrivare la donna di Samaria, che non sa di essere attesa. L'iniziativa dell'incontro parte proprio da Gesù; quale viandante assetato, si rivolge alla donna e le chiede da bere. A tale richiesta, la samaritana – appartenente a una popolazione dai giudei considerata eretica – è colta da un così grande stupore da rimanere sconcertata. La domanda di Gesù – «Dammi da bere» – è infatti sorprendente e inquietante per lei. Quello che sta accadendo è inconcepibile, e la donna reagisce ponendo allo sconosciuto viandante domande su domande, rivelando così che la vera povera, bisognosa di acqua ristoratrice, è proprio lei: «Come mai...?», come mai uno straniero bussa alla porta del mio cuore per entrare nella mia vita? La «straniera» tratta Gesù da straniero e l'Assetato offre da bere a lei che crede di avere acqua nel proprio territorio. Siamo davanti alle nostre illusioni, alle nostre insipienze, alle nostre autosufficienze e, di conseguenza, alle nostre presunzioni che ci spingono a fare questioni su diritti e doveri tenendoci sempre dalla parte di chi ha ragione.
Ma entrando nel dialogo serrato che la donna va intessendo, Gesù la conduce gradualmente ad aprirsi alla grazia e alla fede, e persino ad attirare anche altri alla sorgente della salvezza. È molto significativo che tale incontro avvenga all'ora Sesta: è l'ora della Croce, della suprema offerta che Cristo farà di se stesso al Padre per noi: è l'ora della sua sete, in cui dal suo cuore trafitto sgorgheranno quei fiumi d'acqua viva ai quali potranno dissetarsi tutti coloro che vorranno essere salvati.
«Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: "Dammi da bere!", tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva» (v. 10), ossia acqua che dà la vita, che rigenera e che zampilla per l'eternità; acqua che trasforma in sorgente chi la beve.
Siamo trasportati su un altro piano. Non siamo più in casa nostra, nel nostro territorio, con i nostri diritti e le nostre sicurezze. Gesù rivela che il pozzo di Giacobbbe con la sua acqua fresca è soltanto un segno, e bisogna andare oltre il segno; bisogna passare alla realtà.
Di che cosa si tratta se non di scoprire chi è colui che ci sta davanti e che ci parla? Ognuno di noi è atteso da Gesù presso il pozzo della grazia e della misericordia; ognuno può sentirsi dire da Gesù: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti parla...!». Ma
quali sono le condizioni che, secondo questo passo evangelico, risultano necessarie per ricevere il dono della fede e intraprendere un cammino di radicale conversione? Incontrarsi a viso a viso con Gesù; accettare di essere da lui guardati nell'intimo per imparare a riconoscere il proprio peccato e consegnarsi a lui in tutta la propria povertà e miseria senza maschere, senza alibi e sotterfugi. Occorre accorgersi di avere bisogno di lui, di essere resi liberi perché, forse, pur avendo già fatto tante esperienze umane, tanti incontri, ancora non si è incontrato l'Amore, ancora non ci si è lasciati incontrare da lui.
Si tratta, dunque, di scoprire chi è colui che ci sta davanti e che ci chiede di non considerarlo straniero. Si tratta anche di scoprire che egli ha sete di noi, perché ci ama e vuole donarsi a noi per dissetarci facendoci vivere della sua vita e rendendoci con lui sorgente di acqua vive che zampilla per dissetare altri: «Chi berrà dell'acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d'acqua che zampilla per la vita eterna» (v. 14).
Perché tale sorgente, fin dal suo primo zampillare, non venga intorbidita dal nostro fango, dobbiamo pulire il fondo del nostro pozzo, buttare fuori tutta la melma e i detriti che sono i nostri peccati. Da soli, però, non ne saremmo capaci. È ancora Gesù, con le sue domande, ad aiutarci in questo delicato ed importante momento del cammino spirituale: «"Va' a chiamare tuo marito – egli dice alla donna samaritana – e ritorna qui". Gli risponde la donna: "Io non ho marito". Le dice Gesù: "Hai detto bene... Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero"» (vv. 16-18). Ecco una confessione liberatrice; ecco il modo di diventare capacità di ricevere il dono di Dio, l'acqua viva della grazia.
Occorre staccarsi dai propri schemi mentali, dalle proprie abitudini a disordini morali e spirituali, dalle proprie idolatrie; in breve: da se stessi. Questa è la porta stretta attraverso la quale si è introdotti ai pascoli della vita (cfr. Gv 10,9); è il cammino dell'umiltà che porta all'amore vero, come afferma san Benedetto nella sua Regola, ponendo la carità perfetta proprio in cima alla scala dell'umiltà: «Ascesi tutti questi gradi di umiltà, il monaco [il cristiano] perverrà a quell'amore di Dio che, essendo perfetto, scaccia il timore... Ecco quanto il Signore si degnerà di mostrare – con l'azione dello Spirito Santo – nel suo servo ormai purificato dai suoi vizi e dai suoi peccati» (RB 7,67.70).
È il cammino dell'esodo che porta alla terra promessa, alla patria vera: «Credimi, donna, viene l'ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre...» (v. 21). È giunto il momento di staccarsi dal monte Garizim, dal «monte di casa mia», dal territorio della propria personalità, dal proprio «io» per stringersi a Gesù, vero tempio di Dio, vero luogo di culto, vero Monte santo. È giunto il momento in cui, se non si oppongono resistenze, il desiderio più profondo e sincero che abita nel nostro cuore, il desiderio di vedere il volto di Dio, può finalmente venire esaudito.
Alla donna che pone le sue domande sul luogo del culto, sulla figura dell'atteso Messia, Gesù risponde con sorprendente semplicità: «Sono io, che parlo con te» (v. 26).
L'attesa durata generazioni e generazioni, l'attesa che accompagna ogni uomo nel suo terreno pellegrinaggio trova qui una risposta ancora in parte velata, ma già tale da poter orientare definitivamente il cammino della vita.
Ad ogni ora, ad ogni passo del nostro cammino, questa risposta si rinnova per noi, se siamo disponibili ad accogliere colui che sempre ci parla. Non abbiamo bisogno di altro che di credere alla sua Parola, perché egli stesso è la Parola. Non abbiamo bisogno di altro, per vivere in lui, che di compiere la sua Parola. Spesso nella vita spirituale, nella vita di preghiera, si entra in crisi, perché non si hanno sensazioni straordinarie, non «si sente» niente di particolare, non si prova «gusto» a pregare, a cantare i salmi... Tutto questo non è necessario: non occorre avere visioni, fenomeni mistici carichi di fremiti emotivi e gratificanti per fare l'esperienza della presenza di Cristo nella nostra vita.
Per essere realmente uniti a Gesù e partecipare alla sua vita, sappiamo che basta ascoltare e mettere in pratica la sua Parola. Lo ha detto egli stesso ripetutamente nel Vangelo, chiamando «madre», «fratello», «sorella» coloro che ascoltano la Parola e la mettono in pratica, coloro che fanno la volontà del Padre celeste e vivono il comandamento dell'amore (cfr. Mt 12,46-50; Mc 3,31-35; Lc 8,19-21).
Al culmine del colloquio, quando il Signore le si rivela conoscitore delle profondità del suo animo, gli occhi della samaritana si aprono. Con gli occhi del corpo già da un po' ella vedeva Gesù, ma non lo conosceva. Ai sensi corporei egli le appariva un uomo qualunque, un viandante straniero, povero e assetato; ma quando le si aprono gli occhi del cuore, non ha più bisogno di altre parole, di altre spiegazioni: intuisce in modo immediato che è lui il Messia atteso, il Salvatore desiderato.
Subito, senza frapporre indugi, si mette in movimento. Va, corre a chiamare altri: «Venite a vedere...» (v. 29). Si ripete qui lo stesso movimento che abbiamo osservato nei primi discepoli, i quali, chiamati, attirano al Signore quanti incontrano sulla loro strada.
Molti Samaritani di quella città accorsero per la parola di testimonianza della donna e «credettero in lui» (v. 39), esprimendo anch'essi la loro fede con la gioia dell'accoglienza e con il desiderio di stare con Gesù per ascoltare dalla sua viva voce il suo insegnamento: «Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: "Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo"» (vv. 41-42).
Come fece osservare Giovanni Paolo II commentando questo brano evangelico, solo al termine della scena se ne comprende in pienezza il significato: «Ecco, carissimi fratelli e sorelle, il significato profondo della sete di Gesù. Il Figlio di Dio, fatto uomo e morto per liberarci dal peccato, attende la fedele e generosa risposta da parte di quanti il Padre gli ha dato e che per questo gli appartengono. Egli ha sete del dono del nostro amore... Ora è il tempo di una nuova e coraggiosa evangelizzazione... L'iniziativa dell'adorazione e della preghiera raccolga e presenti al Signore le ansie e le sofferenze, le fatiche e i dolori, le gioie e le speranze di quanti incontrate sul vostro cammino. Tutta la vita diventi un'unica offerta al Padre in unione con il sacrificio del Redentore» (Omelie, 14 marzo19 9 3).
Chi crede si fa precursore per altri; chi crede si fa occhi per il cieco, per guidarlo a colui che è la Luce, si fa piedi per lo zoppo per condurlo a colui che è la Via; si fa orecchio per il sordo, per portarlo a Colui che è la Parola: si fa tutto a tutti per salvare ad ogni costo qualcuno (cfr. 1 Cor 9,22).
Signore Gesù,
oggi è giorno di festa in Sicar di Samaria
per la tua inattesa venuta in quella terra straniera,
all'orlo di quel pozzo
della quotidiana fatica
dove si va ad attingere
per ristorare almeno un poco
l'inestinguibile sete del cuore.
Sia festa oggi e ogni giorno anche per noi;
sia festa nel nostro cuore e nelle nostre case,
perché tu sei sempre presente a chi ti accoglie;
sempre parli a chi ti ascolta.
Sia festa grande e molti siano invitati
a questo festivo incontro con te,
Signore, Sorgente viva,
Datore della vita che non muore. Amen.
(Incontri con Gesù. Lectio divina sui passi del Vangelo, Elledici 2009, pp.25-31)















































