Imparare ad amare
Clara Pomoni *

“Sapere, senza saper amare, è nulla. E, a volte, peggio di niente”
(Raoul Follereau)
Cosa rispondere a dei ragazzi delle scuole secondarie che scalpitano in un sistema scolastico che li appiattisce con una didattica passiva e uniformante? Non potendo ancora promettere loro dei significativi miglioramenti nel sistema d’istruzione, mi limito a raccontare come la frustrazione vissuta tra i banchi di scuola mi facesse sentire stretta di fronte a professori che non erano veri ‘maestri’. Questa esperienza mi ha spinto a studiare psicologia. Non semplicemente a fare la professoressa a mia volta, quindi, quanto a poter lavorare nella formazione dei docenti per poter avere un effetto positivo su più vasta scala.
L’altro motivo – almeno di quelli che avevo identificato più chiaramente – era la compassione per la sofferenza che vedevo nelle famiglie che vivevano l’esperienza della separazione, soprattutto nei figli. Nell’ingenuità – che non ho perso del tutto – dei miei 19 anni, credevo fosse una grande ingiustizia che ci fosse così poca cura delle relazioni famigliari nei momenti di fragilità, che i figli passassero in secondo piano e venissero travolti dai processi (legali e non solo) di separazione con poca tutela. Pensavo che prima di arrivare ad avere problemi molto seri non ci fosse prevenzione, ovvero formazione e cura per le coppie che vorrebbero avere una famiglia felice, qualcosa che fosse accessibile a tutti, centrato sul riconoscersi amati e imparare ad amare più che su aspetti strettamente confessionali. Anche per raccontare la bellezza del messaggio cristiano c’è bisogno di mostrare quant’è profondamente radicato nelle dinamiche delle relazioni umane. Solo così si può comprendere che ciò che è cristiano è pienamente umano, o almeno, la miglior versione di essere umano che io abbia mai conosciuto fin ora. Poi ho scoperto che qualcosa invece esiste, ma gli sforzi e i fondi dedicati a questo sono ancora troppo pochi. Così ho deciso di studiare psicologia, mossa da una forte indignazione e un senso di ingiustizia che poi si sono evoluti nel desiderio di spendermi per gli altri, pur non avendola mai studiata prima come materia (ho fatto un liceo scientifico). Il credere nel fatto che avrei potuto cercare di dare risposta a dei bisogni profondamente insiti nella nostra società mi ha dato il coraggio di superare questo dettaglio, e scoprire poi, passo a passo, non solo cosa mi incuriosiva di più tra i vari insegnamenti universitari e non, ma anche allenarmi a scegliere cosa avrebbe arricchito maggiormente la mia formazione nella direzione che pian piano cercavo e desideravo definire, verso l’altro. Il processo è tutt’ora in corso, e si è approfondito, grazie anche all’incontro con la FUCI -Federazione Universitaria Cattolica Italiana e la spiritualità ignaziana.
La prima è stata di gran lunga l’esperienza più significativa degli anni dell’università e, tra gli innumerevoli doni di quest’avventura, voglio specificare l’avermi insegnato a comprendere la responsabilità civica insita nello studio: imparare e mettere la propria conoscenza a servizio di tutti è una delle più alte forme di servizio, e anche di amore. Per chi crede in Dio, è così che la professione è vocazione e missione. Per chi non crede in Dio, ma spera ancora (almeno) nell’uomo, la solidarietà intellettuale oltre che materiale è comunque una via concretissima per lo sviluppo sociale a favore del bene comune. Dall’altro lato, anche lo stile universitario del confronto e il dialogo tra visioni differenti, insieme al pensiero critico e allo studio, hanno allenato profondamene la mia fede a diventare progressivamente più matura.
L’essere “in ricerca” - come spesso ci siamo detti tra amici - è la caratteristica del percorso accademico, ma anche di fede, che meglio penso descriva gli anni universitari. Ed è stata quel motore che mi ha portato a vivere innumerevoli avventure, tra cui voglio citare l’esperienza dell’Erasmus a Utrecht (Paesi Bassi): è stata un’occasione per allargare i miei confini geografici, culturali, relazionali, sentirmi cittadina del mondo e anche privilegiata, in un’Europa che tutela ampliamente chi nasce al suo interno ma non è altrettanto accogliente con chi ha un passaporto diverso.
Ed ora? Ringrazio di cuore i miei genitori, educatori, amici… tutti coloro che mi hanno fatto sperimentare che intorno all’amare e all’essere amati si muove tutto il messaggio cristiano, e continuo a sentirne la forza nella mia vita ordinaria e straordinaria. Vedendo che però purtroppo è un’esperienza lontana per tanti adolescenti e giovani per il linguaggio e i modelli da cui sono circondati, sto coltivando il desiderio di diffondere laicamente questo messaggio. A partire dalla modalità di costruire relazioni autentiche con se stessi e con gli altri, è Con quest’orizzonte di fondo che il mio lavoro cerca di concretizzarsi a scuola, in studio, online… e nel continuare a specializzarmi, nel vivere contesti plurali e non più protetti come le associazioni cristiane, per imparare a “cercare e trovare Dio in tutte le cose” (s. Ignazio di Loyola).
Mi chiedo anche che ruolo può avere una psicologa – professione nata per prendersi cura della persona nei suoi vari contesti, ma con un’ottica prevalentemente individuale e terapeutica – in una società che causa per sua struttura dei disagi che sono collettivi. Non si può più parlare, ad esempio, solo di una piccola minoranza di famiglie con relazioni disfunzionali o di alcune persone affette d’ansia da assistere perché possano stare meglio e inserirsi costruttivamente a livello sociale. Se queste dinamiche diventano pervasive e toccano la maggioranza, significa che sono dovute più a fattori contestuali strutturali che individuali incidentali. Sono disagi generati dalla società stessa, anzi vi sono funzionali. Qual può essere allora il ruolo di una psicologa? Storicamente nella professione di psicologi abbiamo iniziato dal curare il malessere, poi ad insistere sulla prevenzione del disagio, poi anche sulla promozione del benessere. Ora spero possiamo andare sempre di più verso il formare persone grate del dono della vita, capaci di riconoscere negli altri fratelli e sorelle con cui condividerla e di impegnarsi mettendo a servizio le proprie capacità per la promozione umana e sociale, nel rispetto di tutti e del mondo. Questo vuol dire rigenerare le relazioni interpersonali e sociali per far progredire eticamente la nostra società, che è molto più che intervenire occasionalmente a favore di qualcuno che è considerato più fragile o che non sa stare adeguatamente nel sistema socioeconomico che abbiamo costruito. Tutto questo passa, per tornare alla scuola, per l’aggiornare la didattica secondo i più attuali modelli pedagogici tenendo insieme passione e competenza professionale, per l’inserimento di un’adeguata educazione all’affettività non riduzionista ma personalista, per la valorizzazione dell’istruzione per la vita e non per il solo lavoro (cosa che sul medio-lungo termine è provato essere disfunzionale anche a tal fine). Questi sono alcuni esempi, sicuramente nemmeno i migliori, perché tali potranno essere solo dopo un diffuso dialogo interdisciplinare e democratico. Lo studio infatti implica necessariamente un confronto con altri, perché solo insieme si potrà così essere “competenti per servire” (Proposta formativa Fuci, https://www.portale.fuci.net/proposta-formativa/ ).
* Ha studiato psicologia a Padova, dove ora lavora come psicologa, specialmente con adolescenti e giovani, sulle tematiche delle relazioni affettive e dell’orientamento e ri-orientamento formativo, professionale ed esistenziale. Negli anni dell’Università ho fatto parte della Fuci -Federazione Universitaria Cattolica Italiana.















































