Io c’ero
Leonardo Deambrogio

Che c’entra questa pagina nella rubrica sugli universitari? Qui parlo dell’esperienza dello studio, dei vari incontri con amici e professori, e con la stessa ”istituzione”, di un metodo di studio appreso, della preparazione alla propria professione e al futuro, di pensieri e sogni e delusioni legati a questi anni di vita… L’ho fatto un paio d’anni fa, adesso lo riscriverai in parte eguale in parte totalmente diverso. Qui parlo di un’esperienza “speciale” vissuta nel mio tempo universitario. E sono sicuro che c’entra!
Essere universitari vuol dire, fra le tante cose, imparare a dare profondità alle esperienze che si ha la fortuna di vivere. Si tratta, io credo, di un passaggio importante per la nostra crescita, per la nostra continua "ricerca". Fermarsi a riflettere su momenti particolari che ci hanno colpito può sembrare non così semplice, eppure a volte è proprio la cosa più naturale del mondo. Io ho provato a farlo su quella che è stata una giornata che sicuramente non sarà facile da scordare, e che però avevo bisogno di mettere per iscritto per provare ad andare oltre la "superficie", oltre quella foto che mi rimarrà nella galleria del telefono.
Giovedì sera il sole stava ormai tramontando su Piazza San Pietro, eppure su di essa risplendeva una grande luce. Secondo giorno di votazioni per i 133 cardinali riuniti in conclave. La Chiesa, Noi, in attesa di capire chi sarà il successore di Pietro, il successore di Francesco, di quel papa, venuto dalla fine del mondo, che ha saputo guardare a tutto il suo gregge con occhi nuovi, con gli occhi della misericordia. Ero ancora troppo piccolo per capire davvero cosa stesse succedendo quando quello che, come è stato scritto, si sarebbe rivelato un papa “profeta” si affacciò per la prima volta dalla Loggia delle benedizioni. Questa volta era diverso. Qui, a Roma. Mercoledì sera, la prima fumata nera me la sono persa. Giovedì, al mattino, molti erano ancora dell’idea che fosse troppo presto, e infatti poco prima di mezzogiorno ecco nuovamente il cielo tingersi di nero. Però il pomeriggio, con la quarta e la quinta votazione, poteva essere il momento giusto. E allora, con fiducia, via verso la metro, direzione fermata Ottaviano. Quando arrivo, verso le 16 e trenta, mi sorprende la facilità con cui si entra in Piazza. Non c’è molta gente ancora, si riesce ad arrivare molto avanti. Senti la gente attorno a te parlare lingue diverse. Ci sono gli spagnoli, tanti, i preti brasiliani che cantano e saltano, la coppia di Viterbo appena arrivata col treno. Fa abbastanza caldo, il cappellino bianco nello zaino si rivela utile, provo a spiegare dove sono ai due amici e compagni della residenza universitaria che stanno arrivando. Giovanni riesce a raggiungermi, Luca no, è dall’altra parte delle transenne. Si fanno le 17, poi le 17 e 30. Ci sediamo a terra, anzi ci sdraiamo, iniziamo a pensare che la serata si farà lunga. Con Gio videochiamiamo il nostro don Oliver al telefono, in uno degli ultimi istanti in cui la connessione a Internet sembra funzionare. Mattia, il mio amico di università, non perde un secondo col suo sguardo quel comignolo lassù, mentre salutiamo Giacomo che ci lascia a presidiare la piazza. La gente continua ad arrivare, ora siamo tanti, lì sotto, ad aspettare. Passano le 18, inizio a pensare a come passare il tempo fino a sera, ho un quaderno per studiare nello zaino. Poi un primo boato. Alzo gli occhi, non è che il solito gabbiano che si fa inquadrare dalle telecamere. Falso allarme. Dopo pochi minuti però, eccone un altro di boato, ancora più forte del primo. Sarà arrivato un secondo gabbiano, più telegenico del precedente? No, dal comignolo sta uscendo una fumata. Ed è bianca! Bianca! L’emozione inizia a scorrere nelle vene. Il modo in cui trascorre l’ora successiva non saprei spiegarlo.
Il tempo scorre velocissimo, o forse lentissimo. Se mi giro indietro, non riesco ormai più a vedere dove finisca la marea di persone che da Piazza San Pietro si prolunga in Via della Conciliazione. I vicini iniziano a fare ipotesi su chi potrà essere il futuro pontefice. Chiamo la mamma, dalla risposta capisco che non aveva la televisione accesa. Dopo è il turno di papà e di Luciana, mio cugino mi chiede di mandargli un video. Poi ecco risuonare quelle parole. Habemus Papam. La reazione, quando il cardinale protodiacono pronuncia il suo nome di battesimo, è per un attimo quella di smarrimento collettivo. Chi è? Non ce lo ricordavamo nei tanti articoli che sembravano così certi nei loro pronostici, e che invece anche stavolta sono stati smentiti dal Sacro Collegio. Il cellulare non prende proprio per nulla, è impossibile cercare chi sia questo Prevost. Però, il nome che ha scelto, Leone, mi piace. Sulla durata di quei pochi minuti che seguono non ho invece alcun dubbio: sono eterni. Eccolo finalmente! Leone XIV. Saluta noi in piazza e nelle case di tutto il mondo, il popolo di cui è appena divenuto primo pastore, con la mano e in silenzio. E’ un silenzio carico di emozione, un’emozione che traspare tutta dai suoi occhi, inquadrati dai maxischermi. “La pace sia con tutti voi!” sono le sue prime parole. Pace. Ho perso il conto di quante volte papa Leone ripeta questa parola nel giro di cinque minuti. Una pace disarmata e disarmante, riprenderanno i titoli dei giornali il giorno dopo. Ma a me colpiscono anche gli aggettivi che seguono: una pace umile e perseverante. Un grido potente, che prosegue quello che Francesco ha continuato a ripetere fino all’ultimo. Applausi forti. Ora l’emozione, la commozione, si è spostata sui nostri volti. Sul mio, almeno, di sicuro. Leone parla di una Chiesa missionaria, di ponti da costruire, di dialogo, per accogliere. Tutti. Tutti. Ripete due volte. E poi usa un’ultima espressione, che riprende d’altronde il suo motto: parla di una Chiesa unita. A me tremano le gambe. Almeno per una sera, questo essere tutti, tutti uniti in Cristo mi appare così chiaro, evidente. Dopo l’Ave Maria più grande che abbia mai sentito, Leone ci benedice e lascia il balcone più famoso del mondo. La gente inizia a uscire dalla piazza, nel giro di qualche istante tutto inizia a svuotarsi. Noi stiamo ancora lì qualche minuto a guardarci intorno, la bellezza di ciò che è appena successo mi ha lasciato un po’ interdetto, il mio sguardo è decisamente spaesato. Spaesato ma felice, e vedo che la felicità mi circonda tra la gente che è ancora lì a fare foto. Finalmente usciti, la stanchezza inizia a farsi sentire
e a mischiarsi con l’adrenalina che ho ancora in corpo. Si torna a casa, la messa alle 22.30, il quadernino, il letto.
Il giorno dopo, ripensando a quel momento storico, mi tornano in testa quegli aggettivi, “umile” e “perseverante”. Si riferivano alla pace, ma sono perfetti anche per tutti noi. Penso che non mi verrebbero in mente complimenti migliori che una persona potrebbe ricevere. Se poi quella persona è pure un cristiano, beh, da desiderio quelle qualità diventano un programma di vita. Ce lo insegna proprio Leone parlando davanti ai cardinali, e dicendo quale sarà il suo impegno: sparire perché rimanga Cristo, e spendersi fino in fondo perché a nessuno manchi l’opportunità di conoscerlo e amarlo. Un papa umile e perseverante, nel tempo in cui tutti pensiamo solo ad apparire e non riusciamo a mantenere un impegno, un’attenzione speciale, per più di cinque minuti. Mi sa che lo Spirito Santo ha dato giuste indicazioni anche a questo giro.















































