Memoria e non solo
Elide Valentina Maria Romano
Alcuni anni fa, proprio all’inizio del mio corso di studi universitari, avevo scritto alcune righe per questa rubrica, scrivendo di una mia esperienza pratica circa una situazione-problema e dicendo come soltanto se si può applicare nel concreto quanto si apprende a scuola, ci si rafforza nelle scelte e si dà ragione del senso di esse. Avevo anche citato la mia scoperta personale di Maria Montessori e del suo influsso sul mio pensare l’educazione.
Sono passati alcuni anni, e mi trovo al termine del mio corso di studi. Mi azzardo dunque a scrivere qualcosa spero di più maturo, certamente più documentato e verificato.
Spero che serva a qualcosa al lettore… io oserei pensare di sì.
Aveva ragione Umberto Eco quando affermò: “Di qualsiasi cosa i mass media si stanno occupando oggi, l’università se ne è occupata venti anni fa e quello di cui si occupa oggi l’università sarà riportato dai mass media tra vent’anni. Frequentare l’università vuol dire avere vent’anni di vantaggio”.
E, ancora: “un piccolo compenso per la mancanza di immortalità”.
L’autore de Il nome della rosa aveva anticipato ciò che si è verificato nel corso degli anni e dei secoli. Egli ci fa riflettere sul fatto che le scoperte, ad esempio, che sono state effettuate molti anni fa, continuano ad essere attuali e a rimanere utili attraverso l’incessante utilizzo e applicazione nella vita quotidiana, anche attraverso la loro evoluzione per garantire una maggior qualità di misurazione dal punto di vista di portata, di precisione, di prontezza e di sensibilità.
Tutto ciò ha permesso ai fruitori e agli acquirenti di poter essere in possesso di strumenti sempre all’avanguardia e al passo coi tempi.
Queste scoperte hanno posto le basi su cui costruire l’invenzione di molteplici oggetti e strategie che sono stati progettati negli anni seguenti.
Lo strumento che più si addice al trasferimento di conoscenza e che risulta essere una vera e propria industria di ricerca e scoperte scientifiche è l’università.
Il mondo universitario, personalmente, ha mutato il mio modo di osservare, di analizzare e studiare i fenomeni che ci circondano, abbracciando molteplici ambiti di studio (sociale, economico, politico, educativo, pedagogico, psicologico, scientifico). Proprio come se avessi vissuto tutto il procedimento e tutte le fasi che hanno portato all’ideazione e all’effettiva attuazione di uno strumento, digitale e non, che oggigiorno ritroviamo nella nostra quotidianità, nella sua versione originale o nel suo riadattamento.
Sullo spirito di adattamento mi vorrei concentrare per poter aprire uno spiraglio di riflessione sulla tematica legata al metodo di studio. Esso non è altro che l’insieme dei passi compiuti per studiare nel modo personale in maniera più sicura, spedita, adeguata ed efficace possibile.
Nella mia personale esperienza, ho potuto notare come esso sia cambiato nel corso della mia carriera universitaria. Adesso, mi ritrovo ad essere una studentessa di quinto anno, una cosiddetta “laureanda”, che ha sperimentato diverse strategie per individuare il metodo più adeguato per lo studio e la memorizzazione.
Non c’è in effetti un unico modo di imparare, lo sa bene ogni studente. Ciascuno lo fa e deve farlo in maniera personalizzata e che si adatti al suo tipo di intelligenza e al suo impegno personale, quasi in una specie di dialogo-scontro tra sé e l’oggetto di studio. Solo in questo modo i concetti perdureranno per gran parte della vita, entrando nella cosiddetta memoria a lungo termine. E così dunque la mente dello studente sarà in possesso di nozioni, che diventeranno la base per poter risolvere problemi quotidiane o per attuare delle strategie cognitive e logiche al fine di poter migliorare la situazione che sta vivendo in un determinato momento.
L’obiettivo principale che un insegnante si deve porre è quello di rendere liberi gli studenti e, per fare ciò, deve fornire loro tutti gli strumenti possibili a disposizione e spronare loro a pensare criticamente, in modo attivo e strategico.
Ritornando al mio percorso universitario, a volte, mi ritrovavo in difficoltà nel ricordare alcuni concetti di una determinata materia.
Ad un certo punto, mi sono chiesta: “Come memorizzare questi concetti per l’esame?”. “Esistono delle strategie che mi possono aiutare?”.
Mi sono documentata e ho individuato alcune strategie utili per migliorare il mio metodo di studio.
In primis, il fatto di “programmarsi” ogni giorno di studio, con i relativi capitoli e libri da dover studiare per un tot di giorni.
Poi, l’alternanza di momenti di studio e concentrazione con momenti di relax o di pratica di un hobby che mi facesse sentire bene e che un po’ mi distraesse, liberando così la mente: chiamiamoli pure “momenti-premio”.
Per quanto riguarda la memorizzazione, ho usato molto l’App Quizzer. Essa risulta molto utile per ripassare: in effetti si possono creare dei quiz con diversa tipologia di risposta (scelta multipla con una risposta, scelta multipla con più risposte, testo breve, vero o falso).
Inoltre, ho preso esempio da alcune App, software o metodi che alcuni docenti universitari del mio corso di laurea hanno utilizzato per far meglio apprendere e memorizzare gli argomenti spiegati durante l’arco di una determinata lezione giornaliera. Mi ricordo, ad esempio: lavori di gruppo per rispondere a domande aperte o per realizzare una presentazione attraverso power point; Genial.ly; Kahoot, domande a riposta aperta, ricerche e discussioni attive.
Inoltre, per memorizzare alcuni concetti complessi, ho utilizzato dei metodi, sfruttando la creatività e la fantasia, come: associazione di parole con accostamenti stravaganti; mappe concettuali utilizzando colori diversi; schemi a cascata; invenzione di storielle collegando i termini; abbinare numeri ad un’immagine (il 2 ad un cigno e il 5 ad un cavalluccio marino) o trovare un elemento simile alla data corrispondente.
Dopo avere aiutato la mia mente a memorizzare, mi sono chiesta: “Ma perché non aiutare anche gli altri a trovare una strategia di memorizzazione?”. “E perché non ampliare il raggio di ricerca nel mondo della disabilità?”.
Dopo essermi documentata, ho voluto fornire un mio contributo agli altri. E in particolare a un bambino di 9-10 anni, affetto da sindrome di Down. Insieme a lui e grazie a lui ho potuto comprendere meglio come il mondo della matematica si interseca con il mondo della disabilità.
Per poter migliorare le sue capacità di memorizzazione delle quantità numeriche, ho utilizzato, ad esempio: abbinamento di quantità numeriche a immagini (la vela di una barca che rappresenta il 4, il palloncino che rappresenta il 9); scrittura ripetuta; uso di carte da gioco francesi; insiemistica; dadi; tombola con le caselle.
E mi qui mi richiamo al mio articolo precedente sulle situazioni-problema e quasi lo completa, ampliando la ricerca di strategie adatte. Trovatele, non si andrà soltanto a risolvere il problema personale del singolo soggetto, ma si potrà risolvere lo stesso problema che coinvolge e riguarda altri, in un allargamento del coinvolgimento e della comunicazione… anche grazie alla divulgazione scientifica, contribuendo così alla propagazione di conoscenza in tutte le direzioni del sapere e dell’istruzione.
Come affermò Rudolf Steiner: è essenziale comprendere che “l’insegnamento non è solo un freddo passaggio di informazioni, ma è una relazione tra due esseri umani, in cui uno è assetato di conoscenza e l’altro è votato a trasmettere tutto il proprio sapere, umano e intellettuale”.
Qui dovrei aggiungere, come ulteriore elemento di metodo, la libertà e la gioia dell’apprendimento: quanti interrogativi dunque sul cosiddetto “obbligo”. Ma qui andiamo direttamente alle radici e al senso del conoscere: temi affascinanti e che magari saranno argomento di una mia prossima scoperta e pratica universitaria.















































