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    Sentirsi a casa anche nel pensiero

    Giovanni Bonelli *

    bonelli


    La mia esperienza universitaria è iniziata con una “disavventura”, a settembre del 2020, in un periodo che ancora tutti ricordano come “dei progetti sospesi” (o, meno elegantemente, mandati all’aria). Mi ero trasferito a Roma da poco meno di un mese e poco dopo mi sono trovato a dover rinunciare a tutto e tornare a casa. Così per un anno sono rimasto a studiare da casa, senza opportunità di vivere l’ambiente accademico e senza sapere come le cose si sarebbero messe, se come un piccolo intoppo o un grande (collettivo) dramma. Fortunatamente, nel gennaio del 2022 sono riuscito finalmente a trasferirmi a Roma, e ho trovato un luogo bello dove vivere, studiare e tanto altro: non solo come studente ma come giovane in ricerca, come persona che si apre alla vita e al mondo. Nella Residenza Universitaria Don Bosco sono giunto ad anno già iniziato, cercando di incastrare il trasloco con gli esami e lo studio. Mi sono davvero sentito a casa sin da subito, se volete a partire della mia stanza, sistemata con un mio ordine abbastanza soggettivo, ma dove raccoglievo ed elaboravo pensieri e sentimenti e sogni. È possibile dire che ci si sente a casa quando si rende personale la propria stanza?
    Studio Filosofia all’Università degli Studi di Tor Vergata, appunto, a Roma. Ho finito il mio percorso di Laurea triennale nel marzo del 2024, dopo un anno abbastanza difficile durante il quale ho fatto fatica a conoscere persone e vivere appieno l’ambiente accademico. Parlo di ambiente non in senso “fisico”, come fosse un obbligato luogo neutro, ma parlo di ambiente “sociale”, per me l’elemento più arricchente di tutta l’esperienza universitaria, perché in essa si dispiega la possibilità di relazione, di dunque di crescita, di sviluppo, di conoscenza, di scelta. In effetti con il tempo ho trovato tante persone interessate a parlare con me di tante cose, ognuno portando con sé tante esperienze diverse, tante vite diverse, tanti luoghi diversi. Ora l’università, la facoltà di lettere e filosofia è una seconda casa, per me. Trovo meraviglioso, e questa parola non è usata a caso, passeggiare per il cortile dell’università, bere un caffè con persone diverse, confrontarsi sulle proprie passioni e i propri interessi, ridere insieme e studiare insieme.
    Nel mio caso, spesso ho l’occasione di confrontarmi e ricevere apprezzamento dai docenti, il che è indubbiamente molto stimolante. Per me, un ragazzo che veniva a Roma dopo aver vissuto per vent’anni in un paesino di poche migliaia di abitanti, si trattava di una vera e propria rinascita, una, anzi la, grande occasione di farsi finalmente conoscere dagli altri, invece di stare chiuso nella propria camera a parlare continuamente con se stesso e con i propri amici, quelli più fidati, quelli trovati nei libri, nei tasti di un pianoforte e nelle corde di una chitarra.
    Gli anni del liceo, forse in controtendenza con quello che spesso gli altri ragazzi raccontano, sono stati molto belli dal punto di vista scolastico. Mi piaceva molto andare a scuola, per me era divertente. Mi piaceva scherzare con tutti, professori compresi. Tra gli ultimi anni delle medie e i primi del liceo, mi ero appassionato molto all’informatica, grazie anche al lavoro di mio padre, appunto, informatico. Ero tuttavia già innamorato della letteratura e della filosofia, il che mi ha portato a scegliere di continuare questo percorso, quello della filosofia. Credo di averlo fatto perché questo mi dà la possibilità, insieme alla mia curiosità per davvero qualsiasi cosa, a potermi interessare e scoprire le radici di molti campi del sapere. Mi piace leggere tanto, leggere tante cose diverse, dalla filosofia alla fisica, alla matematica, alla letteratura, alla storia e ogni altra cosa. Credo che a questo proposito l’università, oltre a fornire degli strumenti intellettuali, fornisca un’occasione, una possibilità di confronto che è un vero momento di crescita, umana e intellettuale. Credo che anche la mia vita fuori dall’università sia cresciuta, in larghezza e spessore, grazie anche alla vita qui in residenza, che mi dà la possibilità di conoscere tante persone, nonostante la mia proverbiale volatilità. Mi piace passeggiare nel quartiere, scoprire piccoli negozietti, vagare per i parchi e godermi la città. Credo infine che tutto questo sia conforme alla mia tendenza curiosa. Ecco, credo che la curiosità sia un atteggiamento fondamentale nella vita delle persone, a maggior ragione se si tratta di ventenni o poco più. Oserei dire, forse in continuità con le cose che diceva Aristotele, che la filosofia nasce – oltre che dalla meraviglia – dalla curiosità, dall’amore per la vita nelle sue manifestazioni. Con l’atteggiamento del contemplare, vedere cosa è e come e perché, non certo per manipolare o dominare.
    Questa poi ti permette di andare oltre le apparenze, di provare a scendere alle radici delle cose, di scoprire e di comprendere gli elementi che compongono il mondo che ci circonda. Ti permette di evitare di dare giudizi affrettati sulle cose e sulle persone, e quindi di dare alle persone la possibilità di manifestarsi, anche di aprirsi a uno come me, sapendo che saranno accolti con rispetto e gioia, di farsi conoscere e scoprire nelle tante cose belle che una sola persona può contenere nel suo cuore e nella sua anima, in quelle tante cose che, ad esempio, Kant, nella sua Critica della facoltà di giudizio, chiama «cose di fede», cioè quelle cose che non possono essere comprese solo dall’estetica, solo dai sensi. Bisogna che si vada oltre, per avere una capacità di giudizio pura e completamente disinteressata.
    Intanto vedo che la filosofia, oltre a non essere assolutamente astrusa, non solo mi apre alle cose ma anche mi offre le parole per dirle. E in questo senso leggo i “classici” (come accennato sopra a Kant, e per il momento senza dire nulla di altri che sto studiando appassionatamente), ma mi lascio interpellare anche dalle nuove domande e comprensioni che il contemporaneo propone.
    Sono all’inizio del cammino, lo so, ma lo vedo bellissimo e promettente.
    Mi fa sorridere quando – forse per prendermi in giro – mi chiamano filosofo, ma intanto dentro me ne compiaccio un pochino: spero di averne non dico lo “spirito” (certo, in futuro) ma adesso almeno qualche po’ di saggezza e comprensione in più.
    Ecco, per completare il mio “sentirmi a casa” (bel concetto filosofico), intanto sono passato dalla mia cameretta, all’ambiente universitario e del collegio… e sto entrando sempre più nell’affascinante avventura del pensiero attraverso i “tomi” e i “mattoni” che fanno sudare le proverbiali sette camicie (mentali). Ma quanta soddisfazione, quante promesse!

    * 23 anni, di Potenza. Laurea triennale in Filosofia, studente della magistrale presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Roma Tor Vergata. Suona il pianoforte, la chitarra e ama leggere libri e cucinare.



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