Uscire dagli schemi
Matteo Celentano *

Nel maggio del 2020, in piena pandemia da Covid-19, la mia professoressa di arte chiese ad ogni ragazzo della mia classe di scegliere un’opera che esprimesse il nostro stato d’animo del momento e di provare a darne una lettura attraverso le proprie emozioni e le proprie parole. Io, che a mettere per iscritto le mie emozioni faccio una certa fatica, scelsi La camera di Vincent ad Arles. Dipinto da Vincent Van Gogh insieme ad altre due tele che raffigurano lo stesso soggetto tra il 1888 e il 1889, il quadro raffigura la camera del pittore nella celebre casa gialla di Arles. Scelsi questo soggetto perché durante il lockdown la mia camera era diventata il mio luogo di ritiro forzato, ma non per questo sono mai arrivato a guardarla come una cella, piuttosto ho trovato nell’abbraccio dei suoi muri azzurri un momento di riflessione, di silenzi e pensieri, di ordine.
Io sono così: logico, razionale, schematico, anche quando tutto suggerirebbe il contrario. Sono un osservatore delle dinamiche del mondo, impulsivo mai, riflessivo sempre, pragmatico quando serve, ma costantemente con la necessità di impegnarmi in qualcosa. È anche per questo che oggi studio Scienze politiche e relazioni internazionali. È stato proprio il periodo della pandemia che mi ha fatto rendere conto di quanto sia incredibilmente difficile oggi, in una società complessa e divisa come la nostra, fare politica, nel senso di “impegnarsi per il bene comune”. La capacità di incidere sulla realtà, di contribuire a un miglioramento tangibile della società sono dei desideri che mi hanno guidato nelle mie scelte accademiche.
Certo, anche i più cocciuti razionali qualche sogno nel cassetto lo serbano. Fin da bambino sono sempre stato profondamente affascinato dalla Francia, dallo charme parigino e dalla sua nobile Torre. Ho iniziato a studiare francese alle medie, con una professoressa speciale che mi ha aiutato a trasformare un semplice sogno infantile in una possibilità concreta. Poi al liceo. E infine a Roma, iscritto a La Sapienza che offriva un percorso di doppia laurea con Sciences Po Lille. Un’opportunità che cercavo e che ha rappresentato un passaggio cruciale nel mio percorso di crescita, ma ci torneremo.
Il passaggio da Napoli, la mia città, a Roma è stato poco traumatico. Forse perché si tratta di due grandi città e se sai guidare – ehm vivere – a Napoli puoi vivere ovunque; di certo perché ero sereno e sicuro della mia scelta. Roma, come Napoli, è una metropoli grande, estremamente caotica, ricca di storia e di contraddizioni: è diventata la mia seconda casa, luogo di studio, di riflessione, di confronti e di tante nuove conoscenze. Per chi studia Scienze Politiche la Capitale è anche il simbolo delle dinamiche politiche e sociali che governano il nostro Paese: studiare qui mi ha offerto la possibilità di osservare più da vicino questi processi e di rendermi conto, una volta di più, di quanto sia affascinante, ma allo stesso tempo complessa, l’amministrazione della “cosa pubblica”. Ora che sono alla fine del mio percorso triennale posso dire con certezza di aver trovato un corso di laurea che valorizza e stimola i miei interessi e penso possa contribuire a formarmi nel modo più adatto alle mie inclinazioni.
In questi anni di università frequentati da fuori sede ho capito però che la scelta del posto in cui vivere lontano da casa è fondamentale tanto quanto la scelta dell’università. Non si tratta solo di trovare un tetto sotto cui stare, ma di scegliere un ambiente che possa farti sentire speciale, accolto, stimolato. Io ho avuto la fortuna di trovarlo presso la Residenza Universitaria Don Bosco a Cinecittà. In una delle tante serate passate assieme agli altri ragazzi riflettevamo su quanto dall’esterno non si possa neppure immaginare il clima familiare che si respira dentro: le serate passate a discutere del più e del meno, gli incontri formativi, le partite di calcetto o di biliardino, il proiettore per le partite o per Sanremo, le uscite tutti insieme in centro o allo stadio. Non è scontato che quarantotto storie diverse possano mescolarsi costruendo legami e amicizie che vanno ben oltre la semplice convivenza.
Le storie di noi studenti si affiancano a quella della splendida famiglia che gestisce la Residenza: i “responsabili” sono molto più che semplici responsabili. Tre piani carichi di giovani studenti farebbero girare la testa a chiunque; loro, invece, con un modo di fare semplice e disponibile, tra battute, consigli e qualche ramanzina hanno creato un posto dove sentirsi davvero a casa. Con coraggio, passione e fede sono diventati parte integrante della mia vita.
Per tutte queste ragioni, tornare a Roma dopo l’anno di studio passato in Francia è stato come non essersene mai andato. È stato bello ritrovare questo clima, specialmente dopo un anno all’estero ricco di emozioni, ma anche di difficoltà.
L’esperienza a Sciences Po Lille è stata una delle sfide più grandi e, al tempo stesso, più gratificanti del mio percorso accademico e probabilmente della mia vita fino ad ora. Senza dubbio è stata la concretizzazione di un sogno, per il quale ho lavorato molto. D’altra parte, però, trasferirmi in un altro paese, con un’altra cultura, in un contesto accademico di livello, con un metodo di insegnamento molto diverso da quello italiano, non è stato facile. Lille è a quasi 2.000 km da casa mia, non è in capo al mondo, ma non è neppure dietro l’angolo. La prima settimana lontano da casa è stata davvero dura. Con il tempo ho preso le misure con la nuova realtà e mi ci sono calato completamente, togliendomi anche delle soddisfazioni che a inizio anno non avrei potuto immaginare. Anche in Francia ho costruito legami profondi con persone che hanno reso questo viaggio ancora più speciale. Forse anche per questo quando a maggio ho fatto le valigie per tornare in Italia, guardandomi indietro sono stato davvero contento del percorso fatto.
Quando cinque anni fa le mandai il mio lavoro, la mia professoressa mi rispose che proprio la pandemia ci stava dimostrando come fosse impossibile tenere sempre tutto sotto controllo e che qualche volta mi avrebbe fatto bene mettere un po’ in disordine quella camera piena di pensieri che avevo descritto, per provare a creare nuove prospettive in un ordine diverso dal precedente. Ho capito con il tempo il suo prezioso insegnamento. Se c’è una cosa che in questi anni ho compreso è che, per quanto si possa essere razionali, riflessivi e metodici, la vita ha sempre un modo tutto suo di sorprenderci. Ho imparato che il cambiamento non è necessariamente caos, ma può essere occasione di crescita, che le difficoltà nascondono spesso delle opportunità e che, a volte, per trovare un nuovo equilibrio bisogna accettare di uscire dagli schemi. E forse è proprio in questa capacità di adattarsi senza perdere di vista sé stessi che si misura davvero la crescita.
* 21 anni, di Napoli. Studia Scienze politiche e relazioni internazionali tra Roma e Lille. Ama lo sport – con una passione speciale per l’Inter –, la montagna e la condivisione di momenti autentici in bella compagnia.















































